Viva i giornali oasi di libertà

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E se alla fine l’unica isola di libertà fosse la vecchia carta stampata? In questi giorni, in tutto il mondo, impazza il dibattito sulla chiusura dei profili sociali del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Si parla di censura, di libertà di opinione ma anche di proprietà privata, perché, nonostante l’utilizzo da parte di miliardi di utenti in tutto il mondo, siamo comunque di fronte a colossi saldamente nelle mani di privati cittadini. Colossi, come nel caso di Twitter e Facebook, che non si è ancora capito se siano postini o editori. Nel primo caso non sarebbero responsabili dei contenuti che veicolano, nel secondo si assumerebbero questa e ben altre responsabilità alle quali, in questo momento, sfuggono.

Quando oscurano le pagine di chi esprime un’idea a loro sgradita, si comportano esattamente come degli editori. Con il sovrapprezzo che, molto spesso, profili di privati, politici e quotidiani vengono bannati in base ad algoritmi dei quali nessuno conosce il funzionamento. Ma se, come pare, quello che possiamo dire o non dire lo decide un algoritmo, per altro tarato sui gusti personali dei signori dei social, allora abbiamo un problema. Facebook e Twitter – i due principali «editori» mondiali – hanno il medesimo orientamento politico, Democratico e politicamente correttissimo. Due imperi – insieme a Google – che di fatto sono monopolisti delle infrastrutture mondiali delle comunicazioni sul web.

E quindi torniamo alla provocazione della vecchia carta stampata come oasi di libertà. Innanzitutto perché un quotidiano cartaceo non lo puoi bloccare con un algoritmo, dovresti picchettare le edicole per impedirne la distribuzione. Anzi i quotidiani un algoritmo, che seleziona le notizie e decide la loro priorità, lo hanno: il direttore. Ma, per fortuna, nel mondo ci sono migliaia di quotidiani, con migliaia di direttori, liberissimi di non mandare in stampa quello che non va loro a genio. E, a differenza del duopolio dei social network, per ogni quotidiano che decide di non pubblicare un’opinione o una notizia, ce n’è un altro disposto a ospitarla. Perché la pluralità dell’informazione è la garanzia della sua libertà. E anche della democrazia.



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