Vecchioni, parole per imparare a volare

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Paolo Petroni (ANSA) – ROMA, 02 NOV – ROBERTO VECCHIONI, ”LEZIONI DI VOLO
E ATTERRAGGIO” (EINAUDI, pp. 204 – 17,00 euro).
    Questo nuovo libro di Roberto Vecchioni, diverso da tutti i
suoi precedenti, narrativo per certi versi ma che sarebbe
difficile definire romanzo o memoir, è il suo più spiazzante,
affascinante e coinvolgente e ci racconta il Vecchioni
professore di latino e greco, il suo modo di far lezione aldilà
dei programmi relativi al suo insegnamento. Un libro di
filosofia di strada che insegue pensieri, li elabora e sembra
continuamente divagare, partire per la tangente, poi fare
improvvise svolte magari ad U, e procedere mostrando che invece
poi torna sempre al centro, al discorso sostanziale, sul valore
e il senso delle parole.
    Noi siamo le parole che conosciamo, la lingua che riusciamo a
usare, e più questa è ricca, più la sappiamo articolare, più
saranno ricchi e articolati i nostri pensieri e il nostro
essere, più saremo padroni coscienti di noi stessi, più potremo
essere liberi e creativi, più potremo capire la poesia e l’amore
per e della vita. E’ questo, direi, che Vecchioni vuol far
capire ai suoi ragazzi e su questo che continuamente torna il
libro con la sua ricchezza di citazioni, di riflessioni, di
interrogativi proposti attraverso un insegnamento socratico,
dialogico, aperto, passando dalla cultura alta a quella
popolare, da Dante al calcio, da Platone a De André, da Borges a
Bill Gates, dai modi di dire a Alda Merini o i Vangeli, o si
scopre quanto abbiano in comune i miti e le fiabe.
    E loro, scrive Vecchioni che apre il libro in terza persona,
con un capitolo in cui a parlare è un suo studente che dice
sempre noi, si dicono ”forti, fortissimi. Abbiamo imparato a
guardare fuori, oltre, immaginando dove ha casa la speranza,
dove non lo vedi, ma eccome se c’è, l’amore. Abbiamo conversato
col dolore, tenuto in mano il capo di un filo sapendo che
dall’altro c’era qualcuno. E scomposto le apparenze, per
mischiarle e riunirle in un nuovo quadro che non ci illuda ma ci
esalti, ci entusiasmi, ci faccia sentire vivi”. E non c’è di
più che un insegnante, per di più con ”la mania di scrivere
canzoni”, possa sperare di ottenere.
    Ogni capitolo ricostruisce uno di quegli ”attimi di follia”
come li chiama, quelle lezioni tenute all’aperto negli anni ’80,
riuniti in un angolo appartato del parco Sempione a Milano,
momenti in cui, partendo magari da una parola, spazia con i suoi
vivaci alunni su tutto il sapere, si vola alto, apparentemente
senza meta, e invece poi sempre si tirano dei fili, si atterra.
    E per leggere queste pagine bisogna sapersi lasciare andare,
entrare in esse proprio senza pregiudizi come fanno l’autore e i
suoi ragazzi, la cui sfida è ”aggirare l’ovvio, non ripetere il
risaputo, bucare il tempo, aprire strade, sondare il possibile,
il parallelo, l’alternativo”.
    Se le parole, con al loro storia, le loro radici, la loro
molteplicità d’uso e senso sono i mattoni per costruirsi
persone, e con esse che si costruisce e prende vita la poesia,
quella di Alda (Merini), amica di Vecchioni che la ricorda in un
bel ritratto arricchito da un inedito in suo possesso, e quella
di De André, che i ragazzi vogliono portare come autore
all’esame di maturità e lui li guiderà partendo dall’album ”Spoon River” alla scoperta di quanto il cantautore debba ai
trovatori provenzali e ripercorrendo la storia della letteratura
sepolcrale. Un percorso al cui centro sono appunto le parole che
rivelano e sostanziano i sentimenti. E allora, al centro, arriva
la parola amore, sentimento in cui, anche per De André, è sempre
contemplata, connaturata anche la fine, e che solo la poesia,
coi suoi ritmi, la sua musicalità, esprime in tutta la sua
potenzialità: ”La poesia, ragazzi, non è una formula chimica,
non sintetizza, non chiude, allarga, evade, sfugge, disintegra
l’attimo e lo sparpaglia per l’universo: una parola, ogni
parola, è un codice di infiniti mondi, fuori del tempo, i tempi
tutti li contempla”. (ANSA).
   


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