Un esecutivo sempre in guerra (psicologica)

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Nei fornitissimi scaffali della Repubblica gli elettori spesso non hanno avuto alternative all’acquisto di tanti governi indigesti: da quelli di solidarietà nazionale Dc-Pci a quello commissariale di Monti passando dal tecnico Dini che avrebbe dovuto «deberlusconizzare» l’Italia già venticinque anni fa.

Molto facile applicare etichette in modo retroattivo, più difficile farlo a lavori in corso. Resterà un enigma l’esecutivo Conte-bis tinto di giallorosso, forse perché l’esercizio ubriacante del tatticismo quotidiano volto alla sopravvivenza non lascia intravedere strategie a lungo termine. Con l’esplosione della pandemia, il presidente del Consiglio aveva provato a ritagliarsi un’immagine da statista che guida la nazione in tempo di guerra, non a caso fece discutere il riferimento all’«ora più buia» Churchill. Ma tra l’insofferenza di un Pd schiacciato dall’«uomo solo al comando» e un’opposizione infuriata per la costante emarginazione, Giuseppi ha dovuto cedere un briciolo di sovranità per non apparire come un dottor Stranamore inebriato dall’insperato potere.

E se la suggestione del «gabinetto di guerra» è naufragata tra le proteste dei governatori e un’Italia sempre più soffocata dalle mascherine, la linea d’azione di Palazzo Chigi si è riposizionata. Non alla luce del sole, ma in una zona d’ombra per esercitare una sorta di azione psicologica sia nei confronti degli italiani che degli stessi alleati (Pd, Iv e Cinque Stelle).

Una lotta asimmetrica che vede un premier esterno al Parlamento e tre partiti organizzati e animati da una classe dirigente competitiva. A Conte non fa difetto il coraggio nell’affrontare a mani nude il timido Zingaretti, il rodomonte Renzi e l’inesistente Crimi. Loro sono in tanti, lui è da solo. Ma chi occupa lo studio di Palazzo Chigi detiene comunque strumenti idonei per schivare pugnalate e sferrare a sua volta stilettate mirate. Non è detto però che l’abilità manovriera di un capo del governo svelto nell’apprendere i giochi di Palazzo coincida con l’interesse del Paese. Resta la sensazione di un politicismo di ritorno che va a sovrastare una naturale azione di governo. Il Mes, il Recovery Fund, oltre all’interminabile sfilza di Dpcm, non sono mai stati presentati con la soluzione allegata, bensì solo come spinose questioni da trattare da un punto di vista mediatico-politico per non sfasciare una coalizione geneticamente stravagante, e soprattutto da fare digerire agli italiani in un modo accattivante. Ed ecco l’utilità degli strumenti della guerra psicologica, consumata tra veline e segnali in codice così grossolani da essere percepibili dai comuni cittadini, come la drammatizzazione del rischio urne per compattare una maggioranza dilaniata sul Mes.

Gli anglo-americani che liberarono l’Italia tra il 1944 e il 1945 avevano delegato a una sezione speciale la gestione della comunicazione istituzionale e l’«orientamento» dei quotidiani. Era il famoso Pwb, lo Psychological Warfare Branch. E chissà quante volte le nobili intenzioni dell’ufficio si saranno trasformate in pressioni o censure all’atto pratico. Oggi siamo liberi e non c’è francamente bisogno di un’azione paternalistica a livello governativo per ridipingere una realtà oggettivamente faticosa e poco gradevole. È l’ora delle soluzioni, non di preparare ogni giorno l’opinione pubblica a svolte positive che non arrivano mai.



Fonte originale: Leggi ora la fonte