Suk senza fine. “Tre giorni e siamo a 161”

Nel bel mezzo di quella che ieri è diventata una vera e propria caccia all’uomo, un politico di lungo corso come Pier Ferdinando Casini guarda oltre la scomposta trattativa in corso in queste ore per reclutare chiunque abbia interesse a una qualsivoglia poltrona. Lo storytelling di Palazzo Chigi e di largo del Nazareno ci tiene a pesare le parole. E invoca un «percorso di rafforzamento della maggioranza». In verità, trattasi di vero e proprio suk, con offerte di ogni genere: dai posti in lista alle prossime elezioni, a ruoli di vertice nelle partecipate e persino in Rai. D’altra parte la situazione è più che delicata. E i numeri del Senato – ma per certi versi pure quelli della Camera – fanno paura. Non solo perché Sergio Mattarella ha iniziato a manifestare perplessità su un «esecutivo fragile e incerto». Ma anche perché finché non ci sarà un nuovo gruppo parlamentare a sostegno della maggioranza, a Palazzo Madama la decisiva conferenza dei capigruppo è in mano all’asse tra le opposizioni e Matteo Renzi (che non a caso ha riallacciato i contatti con Matteo Salvini). Per non parlare delle singole Commissioni parlamentari, a partire dalla Bilancio. Conte e i suoi ambasciatori – con il Pd a gestire la trattativa in prima linea – sono dunque costretti a correre. Perdendo forse di vista la prospettiva di lungo periodo. Perché, la butta lì Casini nel mezzo del Salone Garibaldi del Senato, «quello che non capiscono è che quando si andrà a votare pagheranno un prezzo altissimo». E se il M5s non ha ormai più alcuna prospettiva, ben diversa è la situazione per il Pd. A cui rimarrà appiccicato come uno stigma quello che si prospetta come un governo traballante e raccogliticcio e che rischia di essere alla mercé dell’opposizione e dello stesso Renzi. E questo dopo aver raccattato per strada senatori in ordine sparso, proprio loro che hanno pontificato anni sui De Gregorio, i Razzi e gli Scilipoti. Tutti, da ieri, non più «traditori» ma responsabili «costruttori».

A largo del Nazareno ne sono ben coscienti. Al punto che ieri hanno cercato di smentire per ore che fosse in corso un vertice di maggioranza tra Giuseppe Conte, Nicola Zingaretti, Dario Franceschini, Alfonso Bonafede, Vito Crimi e Roberto Speranza. Una riunione in videoconferenza durata due ore e nella quale si è entrato nel dettaglio – nomi, cognomi e relative gratificazioni – dei parlamentari attenzionati. Più che un vertice politico, un vero e proprio scouting. Con prime indicazioni importanti: a differenza di quanto si sperava a Palazzo Chigi, il gruppo Udc non sarebbe disponibile. Almeno, non il segretario Lorenzo Cesa né il senatore Antonio De Poli. E, così fosse, il simbolo centrista resterebbe dov’è. Meno granitici, invece, i senatori Antonio Saccone e Paola Binetti che, ha raccontato ad alcuni colleghi, avrebbe avuto forti pressioni dal Vaticano. Così, nell’elevato «percorso di rafforzamento della maggioranza» il Pd avrebbe accelerato il pressing sui senatori del Maie, il movimento degli italiani all’estero. Corsi e ricorsi della storia, visto che pure Sergio De Gregorio era legato alla lista Movimento italiani nel mondo. Per dar vita al gruppo al Senato – che deve contare almeno dieci unità – si lavora alacremente su 2-3 centristi dell’Udc, 3-4 esponenti di Forza Italia e 2-3 senatori di Italia viva. Trattativa – questo almeno raccontano alcune delle telefonate fatte ieri direttamente da Conte – che coinvolge anche alcuni deputati azzurri a cui sarebbe stata chiesta la disponibilità a passare «quantomeno nel gruppo Misto» della Camera. Ad alcuni direttamente nel Pd.

A ieri sera, insomma, i numeri sufficienti alla sopravvivenza ancora non c’erano. E infatti Conte non ne avrebbe fatto mistero nel colloquio avuto con Mattarella nel tardo pomeriggio. Nel quale si sarebbe però detto «sicuro» di riuscire a chiudere la campagna acquisti «a breve». Formato il nuovo gruppo e raggiunto il magic number di 161 al Senato, si passerà quindi a un corposo rimpasto nel quale i «costruttori» saranno adeguatamente gratificati con ministeri e sottosegretariati. Per l’occasione Conte sta ragionando anche sullo spacchettamento di alcuni dicasteri, così da moltiplicare le poltrone a disposizione. Di certo, ha ribadito ieri il premier a chi nel Pd ha provato a ipotizzare di riaprire un canale con Italia viva, non torneremo con Renzi. A Palazzo Chigi, dunque, l’unica alternativa alla strada intrapresa sono le elezioni anticipate.



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