Solo 3 milioni di per il contact center: ne servono cento

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«I problemi più urgenti da risolvere sono fuori dell’app». Luca Ferrari, cofondatore di Bending Spoons, la società che ha disegnato Immuni, a fine ottobre difendeva così la sua creatura. E fin qui in apparenza niente di sorprendente: amore di papà. Ma Ferrari andava più a fondo, spiegando che la sua app era rimasta isolata dall’infrastruttura del Servizio sanitario nazionale e auspicava l’istituzione di un call center che evitasse il primo problema dell’app di tracciamento: la solitudine dell’utente che, una volta scoperto di essere stato contagiato o a contatto con un contagiato si trova abbandonato a se stesso, e l’intasamento del lavoro di medico di famiglia e operatore dell’Asl che dovrebbero gestire il positivo, caricarne i dati nel sistema per fare in modo che Immuni avvisi chi è entrato in contatto con lui.

La critica di Ferrari è ormai largamente condivisa. Al punto che nel primo decreto Ristori, a fine ottobre, è prevista proprio la creazione di un contact center. Passo che, a fine novembre, il ministro dell’Innovazione Paola Pisano dava per imminente. Da allora pare che se siano perse le tracce e dal ministero rinviano al dicastero della Salute, cui spetta la gestione dell’infrastruttura. Sembra però che nel ministero guidato da Speranza non abbiano mai riposto troppa fiducia nell’app. E le tracce si rilevano proprio nell’articolo del decreto Ristori dedicato al call center. All’articolo 20 si autorizza «la spesa di 1.000.000 di euro per l’anno 2020 e 3.000.000 di euro per l’anno 2021».

Assocontact, associazione dei gestori di call center, ha proposto la propria collaborazione e, al momento, dal governo «abbiamo avuto solo segnali di gratitudine sfortunatamente ancora non concretizzati nella pianificazione di alcuna attività», dice il presidente Lelio Borgherese. Che abbozza una stima dell’impegno necessario: «Con una media di 20.000 casi al giorno, ipotizzando di far coincidere il 60% di persone che hanno scaricato l’app con il 60% dei contagiati ogni giorno, avremmo la necessità di caricare i dati di 12.000 persone al giorno». Includendo un servizio che contatta gli utenti coinvolti ogni due giorni, si arriva a 3.000 addetti. Che, nella stima di Borgherese, si traduce in di 100-120 milioni l’anno. Tanti soldi, ma non è proprio il governo ci ha ripetuto in tutti i modi che il tracciamento è essenziale e che la lotta al Covid è il miglior investimento? «I fondi sono insufficienti», ha confermato il fisico Luca Foresti, uno dei creatori di Immuni, inoltre «il call center dovrebbe avere un collegamento con tutte le 118 le Asl e le Ast, e dovrebbe essere in grado di richiedere tamponi». Insomma, il call center pare nascere povero e senza un pezzo, con il rischio di un nuovo flop. Forse a non credere a Immuni è proprio il governo. O almeno una parte di esso.

L’incarico del contact center, via Consip, è andato ad aCapo, l’erede di una storica cooperativa rossa di Roma, la Capodarco fondata da Augusto Battaglia, già senatore dei Ds, decapitata dall’inchiesta Mafia capitale e rinata con una nuova identità e dirigenza. Saranno in grado? Una cosa è certa: sono al centro di un feroce scontro sindacale, anche se dalla cooperativa giurano di aver risolto tutto. «Il consorzio Leonardo, di cui Acapo fa parte – spiega Salvo Ugliarolo, segretario generale Uilcom – fa incetta di appalti per i contact center perché Consip consente loro di non applicare il contratto di categoria, ma quello della cooperazione, meno conveniente per i lavoratori. Due ministri di questo governo, Catalfo e Dadone, hanno promesso di occuparsene, ma non abbiamo ancora avuto risposte».

Le premesse non sono esaltanti. Come andrà a finire? Diego Piacentini, ex top manager e commissario per il digitale, loda Immuni pur riconoscendo che non ha ancora funzionato a dovere: «Sarebbe bello aver imparato qualcosa da questa volta e applicarlo la prossima». Già, sarà per la prossima pandemia.



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