Solito compromesso: stop ai muri a Est ma sull’accoglienza nessuna soluzione

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Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto sui risultati del vertice europeo, che ha affrontato lo spinoso tema dell’immigrazione? Il presidente del Consiglio Mario Draghi canta vittoria, ma l’impressione è che l’Italia, come sempre, si batta sulla linea del Piave per fermare le offensive degli altri paesi europei che hanno altre agende sui migranti.

Le cinque ore di aspra discussione e un testo finale rimaneggiato più volte dimostrano che non sono state rose e fiori. Draghi è riuscito, in zona Cesarini, a ristabilire l’«equilibrio fra responsabilità e solidarietà» con un vero e proprio braccio di ferro. Il testo iniziale focalizzava l’attenzione solo sui cosiddetti «movimenti secondari». Un nodo irrisolto da anni, che per l’Italia è una mazzata. I migranti che sbarcano sul fronte sud, per una bella fetta da noi, poi si spostano in altri paesi Ue soprattutto nel nord Europa. In base al trattato di Dublino l’assistenza spetta comunque all’Italia o alla Grecia o alla Spagna, che in teoria dovrebbero riprendersi circa 70mila migranti.

Il riferimento ad «un giusto equilibrio fra responsabilità e solidarietà fra gli Stati membri» subito dopo la richiesta di riduzione dei movimenti secondari fa sperare in una migliore ridistribuzione dei migranti fino ad oggi fallimentare. Sembra poca cosa, ma pur sempre un tassello nel complesso mondo dei documenti ufficiali, che poi ognuno interpreta come vuole tirando l’acqua al proprio mulino.

Il premier italiano assieme ad altri alleati europei è risuscito anche ad eliminare qualsiasi riferimento a cambiamenti degli accordi di Schengen invocati dai paesi soprattutto dell’Est, che vogliono erigere muri contro l’arma ibrida dei migranti utilizzata dalla Bielorussia come forma di pressione politica. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, però, ha annunciato che la modifica «al codice sullo spazio Schengen sarà sul tavolo come nuova proposta». Le frontiere interne non vanno chiuse e quelle esterne difese, ma per l’Italia il vero nodo è la riforma del trattato di Dublino sull’asilo, ancora una volta solo accennata e sempre lontana all’orizzonte. Proprio il nodo dell’assistenza obbligatoria ed eterna nel primo paese di accesso dei migranti è per l’Italia una fregatura che si accentua con gli aumenti degli sbarchi oltre quota 51mila da gennaio.

Bene il risultato sui fondi comunitari, almeno il 10%, da investire a monte per arginare i flussi migratori dai paesi d’origine o di traffico. Il problema è la lentezza elefantiaca sui piani da attuare, che non vedono ancora la luce. Un esempio è la Tunisia, da dove arriva la prima nazionalità di migranti via mare sulle nostre coste. Se ne parla almeno da due anni ai massimi livelli, ma l’intervento che doveva concretizzarsi questo autunno è ancora in alto mare.

Draghi rivendica, assieme alla presidente Von der Leyen (nel tondo), di avere stoppato la richiesta di quasi metà degli stati Ue di finanziare muri e filo spinato. Nel continente diviso fino al 1989 dal muro di Berlino è triste parlare di barriere, che in realtà sono state già erette da tempo dall’Ungheria alla Slovenia. E adesso se ne aggiungono di nuove in Lituania e Polonia al confine con la Bielorussa di Alexander Lukashenko, che usa il flusso di migranti come ariete per rappresaglia alle sanzioni europee. Per di più i miliardi di euro versati dall’Europa alla Turchia per arginare la rotta balcanica sono serviti pure ad erigere il muro al confine con l’Iran, che punta a fermare l’ondata di afghani, comprese le torrette in stile Vopos, le guardie della Germania Est sul muro di Berlino.

Nessun accenno e neanche ipotesi di affrontare il nodo delle Ong del mare, che battono diverse bandiere europee e continuano a fare quello che vogliono al largo della Libia. Nelle ultime ore stanno sbarcando altri 500 migranti in Italia.

I vertici europei con 27 leader di paesi sempre più diversi fra loro sono inevitabilmente frutto di compromessi. Il rischio è che le conclusioni Ue anziché risolvere i problemi allarghino la frattura nell’unità del vecchio continente aprendo nuove brecce sull’arrivo dei migranti.


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