Sanità, solo 9 miliardi. Il piano per il rilancio scontenta mezza Italia

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Le liti di governo hanno appena sfiorato i contenuti del piano italiano per il Recovery fund. Maggioranza e ministri si sono concentrati sulla task force che amministrerà i fondi europei, ma tra i tecnici e fuori dal palazzo si iniziano a fare i conti e ipotizzare scenari basati su programmi e cifre. Non sempre benevoli verso le scelte del governo.

Spicca ad esempio l’ultimo capitolo di spesa per ordine di grandezza, la sanità. Nove miliardi di euro. Non molto per una crisi economica innescata da una pandemia, che peraltro è tutt’altro che sotto controllo. Se ne sono accorti i sindacati. «Mi auguro che sia un errore», ha attaccato la leader della Cisl Annamaria Furlan, osservando poi che in questi anni «sono stati tagliati 38 miliardi su posti letto e personale sanitario: è evidente che quelle risorse non saranno sufficienti». Il rafforzamento della sanità fa parte delle linee guida indicate da Bruxelles agli stati membri. Non in primo piano, anche perché il principale strumento di finanziamento delle spese sanitarie dei paesi meno solidi della zona euro, in primo luogo l’Italia, è la nuova linea di credito del Mes. Senza condizioni a differenza dei finanziamenti del recovery. L’Italia ha rinunciato al prestito per il veto dei Cinquestelle e ora si ritrova con una cifra modesta da spendere in ammodernamento della sanità e nel recuperare il terreno perduto da quella pubblica.

Critiche, in patria anche da Federalberghi, che lamenta la scarsa attenzione al settore del turismo che è considerato strategico, ma al quale vengono dedicati solo 3,1 miliardi.

Cifre del tutto teoriche. E lo si capisce bene appena varcati i confini nazionali. Il problema del Recovery è che ancora non è stato approvato e che le stesse cifre del progetto di commissione e consiglio Europeo, sono più che aleatorie fino a quando l’iter non sarà concluso e sottoscritto da tutti i 27 paesi dell’Unione. La presidenza di turno tedesca sta lavorando a una soluzione che possa accontentare anche Ungheria e Polonia.

Ma se il compromesso non dovesse passare, il piano e gli stanziamenti cambierebbero radicalmente. Possibile ad esempio che spariscano i prestiti, riducendo la cifra a disposizione dell’Italia agli 82 miliardi a fondo perduto. I conti del recovery dipendono dall’accordo in Europa sul bilancio. E il quadro macroeconomico di tutta la legge di Bilancio italiana dipende dal recovery.

Sempre in tema di grandi cifre, la Bozza del piano italiano (rimasta tale visto che il consiglio dei ministri in programma per ieri pomeriggio è saltato) sembra che il ministero dell’Economia abbia vinto una partita importante. La fetta più consistente delle risorse a debito verranno destinate a finanziare politiche già decise. O meglio, la bozza prevede che 40 miliardi siano destinati a nuovi progetti. Ne consegue che 87 serviranno a finanziare progetti già approvati che saranno in qualche modo fatti rientrare tra i capitoli finanziabili con il recovery. Si tratta di fatto di un rollover del debito pubblico, cioè del reinvestimento di titoli in scadenza con titoli europei.

Ne aveva fatto cenno nelle settimane scorse lo stesso ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Chiaro l’obiettivo:limitare la crescita del debito a 40 miliardi invece di 127 miliardi. Risparmi utile quando tornerà in vigore il Patto di Stabilità. Poi meno spesa per interessi. I bond della Commissione europea sono di fatto a tasso zero, un po’ più onerosi quelli italiani.



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