Ristoranti alla sfida della disobbedienza “Aperti per una sera Più delle sanzioni conta sopravvivere”

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«Io apro» non è più solo uno slogan di protesta. È la paura di «finire a vivere sotto un ponte». Quella che ha ad appena 25 anni Simone Tosatti, titolare di un pub di Modena, è la stessa che ripetono da mesi ristoratori ed esercenti costretti a chiudere parzialmente le loro attività.

Stasera invece i loro locali resteranno aperti, non rispetteranno gli orari di chiusura imposti dal Dpcm in scadenza (ma che verrà sostituito da uno di eguale tenore). Sono migliaia le adesioni in tutta Italia in molte regioni, a prescindere dal colore. Stasera non abbasseranno le serrande alle 18, come previsto dal provvedimento, ma rispetteranno il coprifuoco delle 22, consentendo ai clienti di cenare all’interno entro le 21,45.

Una «disobbedienza gentile», la chiamano gli organizzatori, partita da un tam tam sul web da piccoli imprenditori che ricordano di essere costretti a violare le norme per «uno stato di necessità». Anche se le associazioni di categoria, Confesercenti e Confcommercio, bocciano l’iniziativa: «La legalità resta un prerequisito che non va messo in discussione».

«È da un anno che siamo costretti a stare chiusi – spiega Tosatti -. Ci siamo adeguati a tutte le norme e le regole anti-Covid, abbiamo fatto investimenti, abbiamo adeguato i nostri locali. Ora il rischio di chiudere è reale. Con l’estate era sembrato di poter recuperare, poi di nuovo altri stop, la fine di qualsiasi prospettiva. Il rischio di chiudere, certo, e di finire sotto un ponte. Noi chiediamo solo la possibilità di lavorare secondo le regole, così invece significa ucciderci».

Ector Purro, 32 anni, titolare di una pizzeria a Sestri Levante, resterà aperto e offrirà la cena ai clienti che decideranno «di darci solidarietà». «Io due mesi fa mi ero già opposto al Dpcm che imponeva la chiusura – spiega -. Ho tre dipendenti che hanno famiglie da mantenere. Ho anticipato la cassa integrazione perché dallo Stato non è arrivato nulla. Ma io devo sostenere tutti gli altri costi della mia attività, affitto, merce, tasse, a cui va aggiunta la mia vita. Ho un bambino di sei anni e spero di crescerlo nel migliore dei modi. Ho investito in questa attività i miei risparmi, e non voglio lasciarla morire. I ristori che sono arrivati dal governo coprono una minima parte delle spese, un quarto di ogni mensilità. Io sono fortunato perché sono riuscito a non fare debiti. Ma gli altri?». Il gruppo che ha dato vita a «Io apro» offre assistenza legale per aiutare i ristoratori che decideranno di restare aperti ad affrontare multe e sanzioni (ieri il prefetto di Firenze Alessandra Guidi ha precisato che «ogni eventuale manifestazione di protesta da parte degli esercenti in violazione delle misure governative anti-contagio sarà sanzionata, come previsto dalla legge»): «Non ho paura perché siamo tutelati dalla nostra Costituzione. A noi viene impedito di lavorare, ed è un nostro diritto – continua Purro -. Abbiamo diverse prenotazioni per stasera e per i clienti che verranno offre la casa. Il locale sarà comunque chiuso entro le 22».

Alex Pinaroli, 42 anni, titolare di un bar-osteria a Verona, ricorda perché lui come tanti altri stasera violerà la legge: «Quello che ci spinge è un estremo bisogno. Le spese arrivano ogni mese. Siamo io e la mia compagna, abbiamo aperto due anni fa, avevamo appena trovato un equilibrio nell’attività poi è arrivato tutto questo. Non è sostenibile. I ristori? Mi sono arrivati 1.042 euro, su un totale di spese che devo sostenere ogni mese pari a 3mila euro. Non ho paura delle multe, se tutto questo serve a recuperare la nostra dignità, la dignità del lavoro. C’è in gioco anche la salute, perché non si muore solo di Covid ma anche di fame. C’è un limite a tutto. Noi chiediamo di lavorare rispettando tutte le regole». Nicola Lippo, 35 anni, ha un bar a Taranto. Ed è esasperato da mesi di stop and go: «Se lo Stato ci toglie il diritto al lavoro, ci ha tolto tutto. Con i ristori che sono arrivati non ho coperto quasi nulla. Ora fermano di nuovo anche l’asporto dalle 18. Ma il punto ora non è più chiedersi per quanto tempo possiamo andare avanti così. Ora non andiamo più avanti, se non ci fanno lavorare. Io sono provato, psicologicamente ed economicamente. Convivo con la gioia di diventare presto padre di due gemelli, e con la paura di un futuro incerto. Spero che qualcuno ascolti il nostro grido pacifico». Di aiuto.



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