“Può favorire la trattativa…” Ora il caso Cesa cambia tutto

Un fulmine a ciel sereno. Una notizia che ha spiazzato tutti coloro che sono in prima linea per trovare altri voltagabbana in Senato. Lorenzo Cesa è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione “Basso profilo” della Dia, coordinata dalla Dda di Catanzaro, che ha visto finire 13 persone in regime di custodia in carcere e altre 35 in regime di custodia domiciliare. L’ormai ex segretario dell’Udc ha immediatamente preso la decisione di lasciare il proprio incarico, pur sostenendo di essere del tutto estraneo ai fatti: “Ho ricevuto un avviso di garanzia su fatti risalenti al 2017. Data la particolare fase in cui vive il nostro Paese rassegno le mie dimissioni da segretario nazionale come effetto immediato“.

Come mai il fatto ha scosso il governo giallorosso? Perché Cesa era considerato uno dei possibili perni dell’operazione responsabili a cui l’esecutivo sta lavorando per rafforzare i numeri precari a Palazzo Madama. Nel mirino del premier Giuseppe Conte erano finiti proprio i centristi, guidati fino a poche ore fa da Cesa, che al Senato sono rappresentati da Antonio De Poli, Antonio Saccone e Paola Binetti. Quest’ultima era stata indicata nei giorni scorsi come possibile nuovo ministro della Famiglia. La Binetti ieri sera ai microfoni del Tg1 aveva confermato che le porte del dialogo con il presidente del Consiglio non sono affatto chiuse: “Dobbiamo capire cosa vuol fare con il terzo step del suo mandato. L’interlocuzione è aperta“.

Il ragionamento che si fa è il seguente: considerando la situazione di spaesamento all’interno dell’Unione dei democratici cristiani e democratici di centro, potrebbe essere più facile “sfilare” le anime centriste e farle entrare in un gruppo autonomo in grado di stuzzicare i loro principi identitari. “Per assurdo tutto questo potrebbe favorire la trattativa“, ha riferito un pontiere. Infatti c’è chi incrocia le dita e spera in sviluppi positivi. “I tre senatori dell’Udc sono pronti da tempo a venire con noi. Mentre Cesa, che è molto legato al centrodestra, faceva resistenza…“, ha dichiarato al Corriere della Sera un ministro.

L’intransigenza del M5S

E adesso la domanda che ci si pone deve trovare una risposta nel minor tempo possibile: “Il problema è che noi con Cesa trattavamo, così viene a mancare un interlocutore politico, ora con chi si parla?“. Effettivamente bisognerà fare i conti con la (momentanea?) linea dura del Movimento 5 Stelle. Un ex grillino ha fatto notare a ilGiornale.it che le trattative potrebbero subire un rallentamento a causa dell’intransigenza dei pentastellati verso senatori facenti parte di un gruppo con il segretario indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo stesso Alessandro Di Battista non ha perso tempo per mettere le mani avanti e bloccare gli animi “aperturisti” verso l’Udc: “Con chi è sotto indagine per associazione a delinquere nell’ambito di un’inchiesta di ‘ndrangheta non si parla. Punto“.

I timori trovano conferma anche nelle infuocate chat interne. “A tutto c’è un limite“, esclamano diversi 5S. Un senatore allarga le braccia e fa notare all’Huffington Post che le circostanze si fanno sempre più complicate: “Ma tu pensi che l’ala nostra più barricadera ingoierebbe tranquillamente un governo con un partito il cui segretario è indagato per rapporti con la ’ndrangheta? Va bene che stiamo ingoiando tutto, ma siamo pur sempre grillini. Ce lo vedi Lannutti a votare la fiducia?“. Conte aveva fatto un appello con riferimento esplicito ai centristi e liberali. Non a caso l’Udc era il soggetto politico considerato più vicino all’ingresso nello steccato giallorosso, anche perché il simbolo sarebbe stato necessario per la formazione di un gruppo solido al Senato.

Non dimentichiamo che l’instabilità regna ancora sovrana e i numeri sono ballerini. Il leghista Roberto Calderoli ha già fatto i conti in tasca al governo dopo il voto allo scostamento di Bilancio: “Dove diavolo pensano di andare? Con 152 voti possono solo andare al Colle a rassegnare le dimissioni“. Ma le reazioni si registrano pure nel Partito democratico. I pochi commenti che trapelano dal Pd – si legge su Il Foglio – sono di questo tenore: “Stiamo andando verso il voto a mille all’ora“. Sintomo di come la situazione sia davvero fragile e pronta a esplodere da un momento all’altro, che potrebbe addirittura portare al voto anticipato. Nel frattempo Conte&Co continuano la caccia ai voltagabbana.



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