Poveri ragazzi del lockdown

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Se potessi scegliere fra Azzolina che vuole mandare tutti a scuola e i governatori che preferiscono l’insegnamento a distanza, sceglierei la ministra, perdonandole persino i banchi a rotelle.

L’esperienza della clausura di primavera ha disarticolato menti e comportamenti di molti genitori, costretti a sostituirsi questa è stata la realtà sia agli insegnanti sia ai figli: soffrendo davanti allo schermo per incapacità, per frustrazione, per nervosismo, per disabitudine. Ce lo raccontiamo sempre, un po’ compiaciuti, fra babbi e mamme, spesso senza riuscire a valutare abbastanza il danno subito dai nostri figli, specialmente dai più piccoli.

Se proviamo pena a vederli entrare a scuola – e uscire qualche ora dopo – sempre con la mascherina, è molto più difficile valutare la pena che provano loro, ma ancora di più quella che hanno provato in clausura. Bambini e ragazzi, specialmente i piccoli, sono molto capaci di adattamento alle situazioni, possono abituarsi a giocare e studiare mascherati, possono anche abituarsi a stare sempre a casa, ma non possono sapere neanche noi lo sappiamo quale danno sia stato nella loro psiche e nel loro futuro la mancanza di contatto con i compagni, di insegnamento vero, di rapporti. È probabile che ne risentano a vita, bollati e autobollati come «la generazione del lockdown», tanto più se la situazione si ripeterà.

E allora, tutti a scuola a contagiarsi e a contagiare? Non dico questo, come non dico che debbano rimanere a casa. A dirla franca ho pena per chi, in questo momento, ha delle certezze e sa per certo cosa si dovrebbe fare. Ci muoviamo in un terreno sconosciuto, misterioso, e si tratta di scegliere fra il rischio della malattia e la certezza di una mutilazione psicologica, mentale, cognitiva. Non invidio chi ha la ricetta buona per tutti.

Non invidio neanche me stesso, per le mie incertezze, ma in questa atmosfera soffocante di imposizioni dall’alto (però con l’incapacità di imporre con forza e senza discussioni), mi trovo a sfoderare un antico spirito libertario: che siano i genitori a decidere, insieme ai loro figli abbastanza grandi. Cioè, chi vuole mandarli a scuola li mandi, ma poi si impegni a tenerli in casa, niente uscite, niente sport, niente attività extrascolastiche, per ridurre il rischio di contagio.

E chi vuole e può tenerli a casa li tenga, ma seguendo la loro attività didattica, che una scuola minimamente efficiente dovrebbe poter garantire anche a distanza, basta un collegamento con l’aula.

Di certo avremo almeno salvato, in questa sciagura, un minimo di libertà. È l’esempio migliore che possiamo dare ai nostri figli.

(Non risponderò alle obiezioni possibili e numerose e giustificate, le conosco, e nessuno ha la ricetta sicura. Tanto meno io).



Fonte originale: Leggi ora la fonte