Parrucchieri aperti e negozi no: il dpcm che mette tutti contro tutti

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La legge del contagio non è uguale per tutti. L’ultimo Dpcm aggiunge nuove postille al Covid-divide, il divario virale, che segna un confine tra la speranza e l’ansia di commercianti e imprenditori. Chi sta da una parte prova ad andare avanti, agli altri non resta che prepararsi al secondo lockdown dell’anno, incrociando le dita in una lotteria per la sopravvivenza economica, aspettando i ristori.

Già il «coprifuoco» per bar e ristoranti alle 18 aveva aperto questa strada. Il pizzaiolo al taglio storce il naso, ma mette un banco sulla porta d’uscita e continua a servire i clienti per l’asporto. Il bar lì accanto non ha la stessa fortuna, ci prova pure, ma di gente che prende il caffè sull’uscio ce n’è poca, per non dire dei ristoranti «classici», che hanno provato ognuno come poteva a riciclarsi per limitare il danno delle cene mancate, attrezzandosi per l’asporto o aprendo a colazione, servendo cornetti e cappuccini sui tavoli «abituati» a fettuccine e vino. Va pure peggio al titolare della palestra, che aveva messo tutto in regola all’ultimatum di Conte ma che poi è stato costretto a chiudere dal decreto di fine ottobre.

E tutti, più o meno colpiti dalle restrizioni imposte da Palazzo Chigi, guardano con malcelata invidia i colleghi affacciati sulla stessa strada quasi immuni agli effetti economici del Covid. Tabaccai, farmacie, lavanderie, alimentari, edicolanti, salvi durante il primo lockdown e pure ora che il Covid divide l’Italia verde, bianca e rossa in gialla, arancione e rossa. Loro restano aperti ovunque, altri chiudono o, come la ristorazione, sopravvivono solo per asporto e consegna a domicilio. Però, a sorpresa, per questo giro anche parrucchieri e barbieri restano aperti, in zona gialla, arancione e pure rossa, infilati tra i pochi servizi per la persona autorizzati a lavorare, come le pompe funebri e le lavanderie. È una novità, visto che a marzo pure Mattarella si lamentava col portavoce della sua acconciatura ribelle, effetto del lockdown: «Giovanni, non vado dal barbiere neanche io».

Ecco dunque i figli e i figliastri dell’epidemia, che bastona settori un tempo floridi e risparmia le categorie «salvaguardate», impedisce di andare al cinema, a un museo, di seguire una lezione all’università, ma non di dedicarsi alla cura della propria chioma, dovunque ci si trovi, qualunque sia l’indice di contagio R. Una logica a geometria variabile che fa felice qualcuno ma fa anche infuriare tanti altri, come testimoniano le proteste di piazza degli ultimi giorni da parte di chi, per mesi, ha adeguato la propria attività all’emergenza. E ora è costretto a chiudere comunque.



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