Non esistono lavori superflui

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Dicono: suvvia, si può tranquillamente vivere un certo periodo senza andare a teatro, al cinema, in palestra, al ristorante. È fuori dubbio. Ristoranti a parte, personalmente da tempo cosa di cui non mi vanto ho rinunciato a frequentare teatri, cinema e palestre e non per questo sono morto. Chiudendo quelle attività non moriremo noi consumatori di arte, musica e pasti succulenti, bensì non possono più vivere attori, ristoratori, personal trainer, gli imprenditori e gli impresari che in quelle attività avevano investito i loro soldi.

Certo, il maestro Muti che ieri ha scritto una accorata lettera al premier Conte contro la chiusura dei luoghi di cultura non ha problemi a tirare sera, ma la maggior parte dei suoi musicisti e delle maestranze dei teatri oggi chiusi farà non solo fatica a vivere dignitosamente, ma dovrà ritirarsi dal mondo dei consumi inguaiando a sua volta altri comparti di beni e servizi e categorie professionali.

Il decreto appena approvato non condanna a morte le arti (musicali o culinarie che siano), le quali restano eterne, bensì condanna gli artisti, che sono non princìpi ma uomini in carne e ossa con famiglie a carico. Franceschini, ministro della Cultura, non deve difendere la Tosca o il Rigoletto (peraltro non lo ha fatto), ma le centinaia di persone che servono per metterla in scena; Di Maio, o chi per lui, non l’ossobuco o l’impepata di cozze e forse neppure il ristoratore, bensì le centinaia di migliaia di cuochi e camerieri che mandano avanti la baracca.

Ecco, il brutto vento che soffia nel Paese e sul governo è figlio di una domanda che da mesi circola senza risposta: «Ma a me, chi mi difende?». Conte oggi dichiara: «Vi difenderò io con aiuti economici sul conto corrente». Ovviamente non in contemporanea al danno, come sarebbe stato serio e logico, ma dopo, diciamo a fine novembre, perché occorre studiare e organizzare la pratica. Quindi a oggi questo salvataggio è solo un annuncio, l’ennesimo. Che se poi fa la fine dei precedenti (rimangiati, ridimensionati, condizionati a mille parametri e strettoie burocratiche, o rimasti nel limbo per la mancanza dei decreti applicativi) questa volta non so proprio come possa andare a finire.

Io temo che a rovinarci il Natale non sarà il virus in sé questo è nel conto – ma l’inettitudine di chi ci governa.



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