Nessuno pensa al “longdown”

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Il governo in queste ore si interroga sul lockdown. Non sa come e dove farlo. Non sa quanto ci costerà. Non si sa neppure a chi tocca davvero mettere e subire il sigillo. A Conte, ai governatori, ai sindaci? Lockdown per tutti o solo per gli anziani? Ora i vecchi hanno una età: sopra i settant’anni. Tutti questi dubbi emergono dai vertici tra le varie anime del governo, zelanti contro pragmatici, e Il lockdown è una preoccupazione. È la misura che segna il fallimento delle altre strade. È il segno della disperazione. Ormai siamo ancora una volta sulla linea di confine, anzi un passo al di là. È già successo in primavera. Un governo previdente questa volta si porrebbe in modo serio una domanda: cosa c’è dopo? C’è il longdown. C’è una lunga discesa, profonda, di quelle che ti cambiano il destino, le prospettive, e ha a che fare con il lavoro, con il reddito, con i risparmi, con le tensioni sociali, con i debiti da lasciare alle future generazioni, con la rabbia, l’incertezza e la paura. Il longdown è la ferita provocata dal lockdown e noi stiamo per romperci nello stesso punto per la seconda volta. I danni sono esponenziali.

Non è che tutto questo lo scopriamo adesso. Si sapeva, ma una classe dirigente che pensa il futuro non più in là di una settimana non è in grado neppure di immaginarlo il longdown. È qualcosa di tenebroso e indistinto che non si ha il coraggio di affrontare. Per farlo bisognerebbe avere una visione. Non c’è. Mai come adesso la politica sembra essere allergica a qualsiasi progetto. È la stagione del tirare a campare. I costi rischiano di essere altissimi. All’inizio dell’estate si parlava di ripartenza. Era la nuova parola d’ordine della maggioranza. L’emergenza è finita, ora bisogna rialzarsi. È per questo motivo che sono stati organizzati gli Stati generali. Risultato: una settimana di chiacchiere e distintivi. Qualcuno si ricorda una grande idea, un progetto, una visione partorita dagli Stati generali? Non una lista da riunione condominiale, ma qualcosa che resta, la mappa di un percorso, un progetto su cui investire. Non è stata indicata una rotta per ripartire e neppure un piano a tre mesi per non ricadere. L’estate è stata sprecata e così adesso siamo qui, di nuovo in ginocchio. Ora tu puoi chiedere sacrifici, ma in cambio di una speranza, di un futuro. Altrimenti generi solo rabbia. La responsabilità non è solo di Conte. C’è chi, per la sua storia e perché si racconta come un partito con la vocazione a governare, ha davvero fallito. È il Pd. E non ha neppure il coraggio di ammetterlo.



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