Mes sempre più vicino. Non c’è altra alternativa per il decreto Ristori-bis

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La giornata nella quale il premier Conte ha preannunciato un nuovo Dpcm per contenere la pandemia con ulteriori strette sulle attività commerciali ha portato con sé alcune conferma. La prima riguarda l’imminente arrivo di un nuovo decreto contenente misure per risarcire i settori produttivi maggiormente colpiti dalle chiusure. «A seconda degli interventi noi provvederemo a dare una mano come abbiamo fatto con il decreto Ristori quando è stato emanato lo scorso Dpcm: vedremo nel concreto quali attività economiche saranno penalizzate e interverremo», ha detto il viceministro dell’Economia, Antonio Misiani, sostanzialmente confermando quanto già lasciato intendere dal ministro Roberto Gualtieri domenica scorsa e sottolineando che «le misure varieranno a seconda delle categorie interessate e delle Regioni».

Il problema resta sempre quello della compatibilità economico-finanziaria degli aiuti con un quadro dei conti pubblici che sembra indicare maltempo. Più queste promesse di indennizzi vengono ribadite più sembra probabile che l’ammontare dell’extradeficit 2020-2021 andrà ben oltre i 100 miliardi già liberati quest’anno e i 22 miliardi previsti per il prossimo. Poiché si tratta di misure ineluttabili e necessarie, l’unica sulla quale sperare di ottenere risparmi (a meno di nuovi pesanti interventi sulla tassazione) è quella del risparmio sugli interessi sul debito. Una possibilità che sarebbe garantita sia dal ricorso al Mes sanitario con i suoi 37 miliardi che dai 127 miliardi di finanziamenti del Recovery Fund quando saranno deliberati.

E proprio sul Mes sembra essersi registrato un impercettibile passo avanti. Sull’impegno numero 11 della risoluzione di maggioranza alla Camera che invita il governo «ad assumere ogni decisione sul ricorso alla linea di credito sanitaria del Mes solo a seguito di un preventivo ed apposito dibattito parlamentare» il centrodestra si è astenuto. Anche se il dispositivo è molto fumoso tanto che i Cinque stelle l’hanno votati, pur essendo contrari al salva-Stati, sul tema potrebbe comunque formarsi una maggioranza trasversale in caso di necessità.

Molto diverso il discorso per il Recovery Fund. Il premier ha ribadito che «è necessario un nuovo patto tra pubblico e privato, nonché una nuova strategia di organizzazione della presenza pubblica nell’economia, che non ostacoli il mercato ma sappia intervenire e indirizzarlo in questo momento di particolare crisi». Al di là della conclamata presenza della Cassa depositi e prestiti in tutti i dossier che potrebbero vedere il coinvolgimento di Next Generation Eu (da Tim e Open Fiber a Snam passando per Sia), il capo del governo ha evidenziato l’intenzione di tenere il timone della gestione dei fondi a Palazzo Chigi. E questa chiosa ha determinato il risentimento dei sindacati che si sentono esclusi da questi processi decisionali. I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Pierpaolo Bombardieri hanno scritto al premier per richiedere «già questa settimana» incontri tematici sull’utilizzo dei fondi e dei finanziamenti europei, sul dl Ristori e sulla legge di Bilancio. Non sarà una passeggiata di salute anche se lo stop ai licenziamenti fino a marzo 2021 ha reso il clima meno teso rispetto al passato.



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