L’ultimo schiaffo inflitto a Del Turco: è grave ma il Senato gli revoca la pensione

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L’unica notizia positiva è che di questo ultimo insulto non si renderà forse nemmeno conto. Perché Ottaviano Del Turco – l’ultimo segretario del Partito socialista, poi presidente della Regione Abruzzo – oggi è un uomo malato ed assente, piegato dal cancro, dal Parkinson e dell’Alzheimer. È a questo settantaseienne non più in grado di provvedere a se stesso che il Senato della Repubblica ha riservato tre giorni fa la sanzione finale della sua carriera politica: via anche il vitalizio, i cinquemila euro al mese che continuavano a venirgli versati nonostante la condanna definitiva per corruzione. Sullo scandalo vero o presunto delle pensioni ai politici condannati si erano esibiti in tanti, dai grillini all’allora presidente del Senato, l’ex pm Piero Grasso, che nel 2015 impose con delibera la revoca dei vitalizi. Per cinque anni, le lentezze della politica hanno consentito che i bonifici continuassero ad arrivare sul conto del vecchio leader della Cgil. Tre giorni fa, è arrivato il taglio.

Il provvedimento dell’Ufficio di presidenza doveva riguardare in realtà altri cinque ex parlamentari. Alcuni se la sono cavati per un cavillo o per l’altro, mentre l’ex governatore lombardo Roberto Formigoni ha fatto presente che a lui la pensione era già stata tolta e che comunque ha fatto ricorso. Così, alla fine, l’unico taglio ha colpito l’unico che non era più in grado di difendersi, di spiegare, di raccontare.

Viene colpito, d’altronde, uno che la sua innocenza l’ha sempre protestata e rivendicata con forza, fin quando è stato in grado fisicamente di farlo. Le accuse contro di lui, quelle sulla cosiddetta «Sanitopoli abruzzese», nascevano tutte da una sola parola, quella dell’imprenditore Vincenzo Angelini, titolare di una casa di riposo a Chieti, che raccontava di avergli portato le tangenti fino a casa. Era bastata al parola di Angelini a far mettere Del Turco in cella per un mese, nel 2008, e poi altri due mesi ai domiciliari. Ma poi strada facendo il processo aveva perso i pezzi per strada, era caduta l’accusa di associazione a delinquere, di ventuno accuse ne erano crollate venti, la condanna-monstre inflitta in primo grado, nove anni e mezzo di carcere, si era assottigliata tra ricorsi e annullamenti fino alla pena definitiva confermata dalla Cassazione nel 2018 a tre anni e undici mesi di carcere. «Poca prova, poca pena», si diceva una volta in tribunale.

La riduzione di pena, la detenzione già sofferta e l’età avrebbero messo comunque Del Turco al riparo dal rischio di tornare in carcere. Ma il suo difensore, Giandomenico Caiazza, non si era arreso: «Dieci anni dopo – aveva detto l’avvocato – di quella montagna di prove della quale vaneggiava il Procuratore di Pescara è rimasto un pugno di fango. Ma un galantuomo innocente non può accontentarsi del crollo rovinoso dell’impianto accusatorio: quel pugno di fango è una infamia, una ingiustizia alla quale non possiamo arrenderci». E aveva annunciato la richiesta di revisione.

Il vero problema, però, è che già allora era iniziato il crollo fisico dell’ex senatore. Per due anni, le condizioni di Del Turco sono andate peggiorando. Ora arriva la maramaldata del Senato. «Infierire su un uomo già perseguitato da una condanna ingiusta, cui resta solo un fil di vita – scrive ieri Claudio Martelli, per anni suo compagno nel Psi – è una barbarie immorale, incivile e disumana». E annuncia la richiesta di grazia al Capo dello Stato.



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