Lockdown, spunta la data: chiusure dal 9 novembre. E Renzi accelera la crisi.

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Mentre il governo sta accelerando i tempi sul fronte di un nuovo lockdown – al momento la data più plausibile è quella del 9 novembre – Matteo Renzi spinge con tutte le sue forze per un rimpasto di governo che ridisegni gli equilibri all’interno dell’esecutivo. Un parallelo azzardato, è vero. Per certi versi ai limiti dell’irresponsabilità. Ma i due timing sono necessariamente legati, perché è del tutto evidente che se davvero Giuseppe Conte sarà costretto a seguire l’esempio di Francia e Germania, qualunque ipotesi di verifica finirebbe per andare a sbattere non solo con il buon senso, ma finanche con il limite del ridicolo. Con il Paese alle prese con un altro lockdown sulla falsa riga di quello di marzo scorso, mettersi a discutere di poltrone sembrerebbe lunare perfino a Massimiliano Cencelli. E lo scenario di una chiusura totale (o quasi) non è assolutamente ipotetico, visto che proprio sulla data di lunedì 9 novembre il governo ha informalmente iniziato ad allertare le istituzioni territoriali per «tenersi pronte».
Così, Renzi ha deciso di velocizzare i tempi nella speranza che non si chiuda la «finestra» del possibile rimpasto. Per l’ex premier, una sorta di chiodo fisso. Con buona pace di un Paese che certo non perde il sonno per il totoministri. Eppure il leader di Italia viva batte sul ferro caldo da giorni. L’ultima volta ieri. Di prima mattina in rassegna stampa, nel pomeriggio con una velina attribuita a «fonti di maggioranza». «Siamo a un bivio, tra qualche settimana o si fa un rimpasto per il Conte 3 o la strada è quella di un governo Draghi», si legge nello spin che arriva direttamente da Renzi. Che, dunque, cavalca il cavallo del rimpasto, soprattutto dopo che nell’aula del Senato il capogruppo del Pd Andrea Marcucci lo chiede esplicitamente. «Il premier valuti se i singoli ministri sono adeguati all’emergenza, apra alla verifica», dice durante l’informativa del premier a Palazzo Madama.
Apriti cielo. E avanti con le dietrologie. Il Pd prende subito le distanze dal suo capogruppo, difende Conte e accusa Marcucci di «ingerenza con il nemico» (cioè Renzi). Anche il segretario Nicola Zingaretti è costretto a blindare il premier per non passare per il Bruto di turno. Lorenzo Guerini e Luca Lotti, che guidano la corrente di Base riformista, costringono invece Marcucci a una precisazione stiracchiata e di rito. Ma il senso non cambia, anche perché nel Pd c’è chi – al di là della linea del segretario – un rimpasto non lo vede per niente male. L’affondo del vicesegretario dem Andrea Orlando sulla ministra Lucia Azzolina in molti lo interpretano proprio in questa direzione, alla stregua di Matteo Orfini che solo 24 ore prima chiedeva di «cambiare i ministri non all’altezza».
E poi c’è Marcucci. Spettacolare. Fa il capogruppo del Pd al Senato, ha chiesto formalmnte una verifica parlando nell’aula di Palazzo Madama, viene smentito dal suo segretario e cosa fa? Spiega, rigorosamente off record, che lui ha «solo seguito la linea concordata con Zingaretti», che la sua uscita è stata «decisa con il direttivo del gruppo del Senato».
Nel Pd, insomma, è tutti contro tutti. Con il risultato che proprio i dem escono dalla giornata di ieri come quelli che mettono in crisi la tenuta dell’esecutivo. Un successo per Renzi, che – al di là delle divisioni che lacerano il Pd – è da tempo il primo teorico di un rimpasto. Al punto che ieri ha mandato al premier il seguente «pizzino»: o facciamo il Conte 3 oppure arriva Mario Draghi. Anche se, proprio ieri, l’ex governatore della Bce si è confidato con più interlocutori sostenendo la stessa cosa: il mio tempo ora è per la mia famiglia.



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