L’inedita profezia di Falcone: “La mafia non sbaglia obiettivi”

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«Non c’è un omicidio sbagliato, finora, in seno a Cosa nostra. Quando si uccise Dalla Chiesa tutti dissero è stato commesso un errore storico. Poi hanno ucciso Chinnici, anche questo fu un errore storico, poi hanno ucciso Cassarà e hanno detto, altro errore storico. Non hanno sbagliato. Hanno sempre indovinato il momento opportuno, hanno colpito al momento giusto e questo dimostra, a parte la ferocia e la determinazione, una assoluta conoscenza di notizie di prima mano». Era il marzo 1989: Giovanni Falcone conosceva bene Cosa nostra. Talmente bene da utilizzare parole quasi profetiche. Tre anni dopo, il 23 maggio 1992, infatti, sarebbe toccato a lui.

In un audio esclusivo diffuso dall’agenzia di stampa askanews il magistrato parla in un incontro con agenti di polizia giudiziaria. E racconta, senza mezzi termini, un’organizzazione «unica ed unitaria» che va combattuta. Una rete tentacolare, il cui «epicentro è e resta Palermo», una «organizzazione a raggiera» che «produce certi risultati». La viva voce di Giovanni Falcone emerge dal passato e diventa straordinariamente attuale nel trentennale delle stragi di Capaci e via D’Amelio che si celebrano oggi.

«Su spostamenti di consigli di amministrazione della mafia dalla Sicilia ad altrove affermava il magistrato alla vigilia dell’attentato sventato all’Addaura – togliamocelo dalla testa. Epicentro della mafia è sempre la Sicilia e Palermo. Non si può far parte e gestire Cosa nostra se non hai controllo del territorio nei punti cardine altrimenti duri lo spazio di un mattino». «Piaccia o non piaccia vi è una organizzazione unica ed unitaria che è Cosa nostra. E quella è l’associazione mafiosa, qualcosa che investe tanto a reticolo tutto il territorio che basta che solo alcuni diano gli ordini e tutto il resto diventa un fatto automatico».

Nell’audio ritrovato, il magistrato disegna anche i rapporti tra clan, uomini d’onore e organizzazioni mafiose tra Sicilia e Stati Uniti, citando perfino il «corto», Totò Riina: «Giuseppe Gambino, parlando del corto, dice che non si muove foglia senza che il corto non dia il suo benestare».
Un passaggio anche sul boss di Cosa nostra Pippo Calò («era importante a Roma per se stesso, per i suoi importantissimi contatti con la delinquenza locale, la banda della Magliana in particolare. Non era cassiere della mafia, ma era cassiere di se stesso») e sul pentito Tommaso Buscetta, il «boss dei due mondi». «Quando sono andato a interrogare Buscetta dopo la sua deposizione al processo della Pizza Connection – racconta Falcone – era in particolare stato di prostrazione psichica. Ma cosa è successo? Sono stato addestrato per il processo, rispondeva. Dall’oggi al domani, le persone che qualche mese prima del suo esame gli stavano accanto – i funzionari addetti alla sua protezione – prima erano in rapporti estremamente cordiali con lui, poi non gli rivolsero più la parola».

Racconta, Falcone, anche degli «scontri» che aveva con i colleghi di Milano. «Ho avuto una lunga discussione, quasi uno scontro affermava – con i colleghi di Milano che si lamentavano perché a Palermo non si potevano fare pedinamenti. E dicevo: c’è una piccolissima differenza. A Milano voi fate i pedinamenti, qui si muore per queste cose».

C’è anche un passaggio sul legame tra Cosa nostra e i voti elettorali. «Le linee di tendenza le stabiliscono i capi. Se tenete conto che a Palermo, almeno fino a un certo momento, vi erano 18 mandamenti, ognuno ha almeno tre famiglie; ogni famiglia mediamente ha o aveva una cinquantina di uomini d’onore… ci rendiamo conto come certe linee di tendenza siano operative per orientare fasce non indifferenti dell’elettorato in un senso anziché in un altro. Altra conferma dell’unicità di Cosa nostra».

Infine, il rapporto tra magistratura e governo, anche questo in una visione lungimirante. «Non ha senso l’obiezione di gran parte della magistratura: attenzione perché così il pm dipenderà dall’esecutivo… a parte il fatto, ma io sono eretico nella materia, non lo vedo come un dramma», diceva il magistrato.


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