L’eccesso di compromesso

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C’è un sottile rischio che si profila all’orizzonte del governo, un eccesso che potrebbe appannare l’immagine di Mario Draghi: l’eccesso di compromesso.

Ne abbiamo avuto un esempio limpido in questi giorni con la riforma della giustizia, certamente un primo passo per sistemare la madre di tutti i problemi del nostro Paese e un colpo di spugna deciso sugli obbrobri dell’ex guardasigilli Bonafede, ma in fin dei conti una rivoluzione compiuta solo a metà, che ha il sapore amaro del vorrei ma non posso. Perché se appendi all’attaccapanni della realpolitik l’abito del decisionista, per indossare quello del cuoco che deve pesare e centellinare gli ingredienti in base ai desiderata dei vari commensali, si finisce per non soddisfare nessuno del tutto. E, sia chiaro, capiamo bene che fare una riforma della giustizia con le fronde più giacobine dei Cinque stelle è come organizzare una grigliata di carne per una tavolata di vegani.

Ma noi preferiamo il Draghi che, giustamente e legittimamente, ascolta e parla con tutti ma poi decide in autonomia, forte del suo ruolo e della sua storia.

Invece, in questi mesi il decisionismo ha rischiato di scivolare in una sorta di «compromessismo». Pensiamo al caos sul green pass (che altro non è che un obbligo vaccinale che non ha avuto il coraggio di diventare tale) e all’indecisione che c’è stata fino all’ultimo sul numero delle dosi necessarie per ottenerlo, alla nebbia che ancora circonda il suo utilizzo e chi realmente lo controlla. Non serve la lente d’ingrandimento per leggere in filigrana lo zampino delle richieste di alcune forze politiche della maggioranza.

Ma anche sul Fisco il governo non ha cambiato e deciso nulla, inchiodato dai veti dei Cinque stelle e di un Partito democratico che per settimane si è ostinato a sventolare il vessillo usurato della patrimoniale. Stesso spartito sulla scuola e sul reddito di cittadinanza, capolavoro di assistenzialismo e zavorra per le casse dello Stato. Con un Pil in crescita tendenziale del 17,3 per cento rispetto al punto più basso del 2020 e una disoccupazione scesa sotto il 10 per cento, ci sono tutti i presupposti per smantellare il sussidio. Per usare i termini cari a una certa sinistra: se non ora quando?

Certo, la popolarità del premier e del suo governo è ancora alta tra gli italiani, ma ora che, dati alla mano, abbiamo davanti un’autostrada, dobbiamo correre e non fermarci nel pantano del compromesso a ogni costo. Servono decisioni intere, non solo a metà.


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