Le verità nascoste su Capaci e l’ultimo oltraggio di Travaglio

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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono morti invano. Sono passati 30 anni dalle stragi e la mafia in Sicilia detta ancora legge, la camorra quasi santificata da Gomorra è ostaggio delle giovani paranze mentre la ‘ndrangheta a colpi di clic traffica in cryptovalute e investe sul metaverso i soldi del riciclaggio, che sfuggono velocissimi grazie a rogue trader senza scrupoli. Seguire le cyber mollichine, come Falcone predicava, è difficile. Le indagini antimafia sono più complesse se anziché le prove si inseguono suggestioni, imbeccate dai falsi pentiti che Falcone riconosceva subito, quelli che dicono solo ciò che certi pm vogliono sentirsi dire.

Di inascoltabile e illeggibile ci sono pure gli stanchi epitaffi di chi ne ha annacquato le intuizioni – vedi la Dia, snobbata da molti pm – e le lacrime di coccodrillo di giornali come Repubblica, i cui articoli a Falcone sono costati la carriera. Ieri sul Fatto Marco Travaglio, ossessionato dall’idea che Forza Italia e Silvio Berlusconi fossero manipolati da Cosa nostra, si è esibito in una bizzarra macchinazione cui Falcone non avrebbe dato alcun peso, vagheggiando una bizzarra strategia per la lotta alle cosche: «Occorrerebbero magistrati specializzati e coraggiosi, ma i pochi che abbiamo sono quasi tutti in pensione». Dimenticandosi del pm Giuseppe Lombardo, che a Reggio Calabria da anni ravana silenziosamente nei rapporti tra ‘ndrangheta, mafia e servizi segreti.

I suoi dubbi dal sapore antiberlusconiano investono referendum sulla giustizia e riforma Cartabia, considerati un bavaglio dei pm. Ma la giustizia in Italia funziona? No. Secondo la Corte di Strasburgo siamo il Paese più sanzionato per lentezze processuali e intrusione illecita nella proprietà privata e nella vita famigliare. Il numero di persone ingiustamente in carcere è altissimo ma paga Pantalone.

Al quesito referendario sulla separazione delle carriere e delle funzioni, già prevista dalla riforma Castelli e andata in fumo il 31 luglio 2007 (il perché lo sanno bene l’ideologo di Md Nello Rossi e l’ex Guardasigilli Clemente Mastella) Falcone voterebbe sì: «Chi come me richiede che pm e giudici siano due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera – disse a Mario Pirani nel 1991 il giudice, inviso alle correnti che allora come oggi paralizzano il Csm – viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato e nostalgico della discrezionalità dell’azione penale. Gli esiti dei processi di mafia celebrati col nuovo rito, senza una riforma dell’ordinamento, sono sotto gli occhi di tutti». Pure quelli su Capaci e Via d’Amelio si sono conclusi in modo claudicante, a proposito di pentiti imbeccati. Perché, come scrive Edoardo Montolli nel libro I diari di Falcone, i telefoni di due componenti del commando Nino Gioè e Gioacchino La Barbera erano clonati su numeri «mai assegnati»? Perché un altro 0337 in mano agli stragisti, tecnicamente cessato il mese prima dopo una denuncia per furto, funzionava talmente bene da aver fatto tre chiamate in Minnesota poco prima della strage? Perché le verità scritte nelle agende Casio e Sharp di Falcone, esaminate da Gioacchino Genchi e Luciano Petrini non sono mai state esplorate fino in fondo nei processi? Chissà. Borsellino andò in via D’Amelio il 19 luglio 1992 soltanto perché alla madre era saltata una visita specialistica il giorno prima. Come scrive Montolli i boss avrebbero avuto la possibilità di uccidere insieme i due magistrati. Perché non lo fecero? Come è possibile che la mafia conoscesse il giorno e la data del viaggio di Falcone a Palermo? Tutti i pentiti dicono che scendeva sempre di sabato, Montolli scopre che non era mai successo: «Anche se si ipotizzasse un improbabile abbaglio collettivo di tutti i pentiti (che a processo lo confermarono, ndr) ad aprile il giudice annotò sulla Sharp due soli rientri a Palermo: il 10 e il 24». Due venerdì. Di sabato, mai.

I pm che si sono bevuti le panzane di Vincenzo Scarantino, ben addestrato da poliziotti corrotti e infedeli servitori dello Stato, straparlano del metodo Falcone ma non hanno mai chiarito se è vero che a fine maggio 1992 il ministero inviò da Borsellino Liliana Ferraro, vice di Falcone agli Affari penali, per affidare a lui l’inchiesta su Capaci sulla quale, secondo un documento Usa, Borsellino già indagava. Non sapremo mai la verità sul viaggio a Washington di Falcone a fine aprile ’92, non sappiamo se indagò sul piano ordito all’estero di destabilizzazione dell’Italia a suon di attentati, di cui parla anche Travaglio. Ilda Boccassini, da titolare delle indagini su Capaci, vietò che venissero controllate le carte di credito di Falcone per non invadere la sfera privata di un uomo con cui oggi sappiamo aveva una relazione. Falcone è morto, di emuli se ne vedono pochini, come Lombardo. E quando a Genchi, che nella sua quasi quarantennale attività ha conosciuto e ha lavorato con tanti magistrati, chiediamo chi fra questi può ritenersi erede di Falcone lui risponde: «Ne ho conosciuti tanti, molti dei quali anche preparati e intelligenti». E di Falcone? «Di Falcone ho solo conosciuto delle pessime imitazioni».


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