Le aziende del miracolo Mose uccise da inchieste e attacchi

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«Non facevamo nulla. Le nostre giornate? Davanti al computer sui social o appoggiati alla scrivania per leggere un libro». È il racconto di una delle ultime impiegate della società di costruzioni Mantovani pubblicato dalla Nuova Venezia nel settembre 2019. Quattro anni prima il gruppo di costruzioni portato al successo da un imprenditore padovano, Romeo Chiarotto, fatturava 370 milioni e negli uffici del gruppo lavoravano in 116.

Anche la Grandi Lavori Fincosit non è più la stessa: dai suoi bilanci si apprende che fino al 2016 fatturava in media 500 milioni. Già nel 2017 era scesa a 200 e avviava un concordato preventivo.

Ma il caso più clamoroso è Condotte Spa. Gigante delle costruzioni nato nel 1880, che ha costruito di tutto, compreso il versante italiano del traforo del Monte Bianco. Sopravvissuta a Michele Sindona, alla rivoluzione iraniana che gli negò il pagamento per la realizzazione di un porto, all’acquisto da parte dell’Iri e alla privatizzazione, con l’ultimo manager, Duccio Astaldi, era arrivata a fatturare 1,3 miliardi e dare lavoro a 6.000 persone in una trentina di Paesi. Un simbolo del genio italiano nel mondo. Dal 2018 è in amministrazione straordinaria ed è sparita dai radar.

Cos’hanno in comune queste tre aziende? Sono le ditte che hanno realizzato la parte più importante del Mose, la diga mobile che, riducendo gli scettici al silenzio, dall’inizio della stagione delle piogge evita a Venezia il calvario dell’acqua alta.

Non funzionerà, costa troppo, è in ritardo, troppa manutenzione, ci mangiano sopra. Questo dicevano i critici, ritornello che ripetono ormai intorno a ogni grande opera pubblica, salvo poi piangere lacrime coccodrillesche quando Venezia affonda con danni per centinaia di milioni di euro. Un atteggiamento che ha praticamente paralizzato le grandi opere in Italia in una fase già difficile, prima per la grande crisi finanziaria del 2008 e poi per il Covid, con ripercussioni gravissime per l’economia. Perché i critici non si limitano a bofonchiare: pretendono che progetti già vagliati e decisi vengano riconsiderati, rivalutati, sottoposti a referendum, a improbabili analisi costi e benefici. Così i tempi e i costi si dilatano, creando occasioni di corruzione. Salvo poi lamentarsi del ritardo dei lavori e degli scandali.

Nel 2014, quando scoppiò lo scandalo delle tangenti per il Mose, si scoprì che alcune aziende avevano pagato proprio per garantirsi i finanziamenti che continuavano ad arrivare con il contagocce nonostante tutto fosse già deciso. Ci sono state condanne e assoluzioni e alcuni processi sono ancora in corso. Ma quali che siano le colpe, è incredibile l’effetto su aziende che erano un patrimonio del Paese, capaci di realizzare un’opera visionaria la cui entrata in funzione è stata raccontata dal New York Times.

Le inchieste hanno decapitato le imprese. Al momento solo alcuni dei manager della Mantovani hanno subito condanne o le hanno patteggiate. Ma non siamo stati capaci di separare il loro destino da quello di società che erano tra le prime dieci della classifica «Top 50 delle costruzioni italiane». Oggi la Mantovani è evaporata dopo un’avventurosa cessione. La Grandi lavori fincosit è ormai una piccola azienda. Condotte Spa sarebbe ancora oggi la terza nella classifica, invece è finita nel tunnel spesso letale del commissariamento. Avete sentito qualcuno ammettere di essersi sbagliato?



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