L’appello di Serj Tankian: “Aiutate l’Armenia”

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Serj Tankian è il carismatico frontman dei System of a Down, storica band alternative metal nata in California nella prima metà degli anni ’90 ma composta da quattro membri tutti di origine armena. Un legame profondo, quello con Yerevan, che i System of a Down hanno sempre rimarcato nel corso della loro prolifica carriera che li ha catapultati ai vertici delle classifiche mondiali con capolavori del calibro di Toxicity (2001) e Mezmerize (2005). Nei mesi scorsi, la band ha pubblicato il singolo Protect the land per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale su ciò che stava accadendo nel Nagorno-Karabakh. Tankian ha inoltre partecipato al concerto on-line “Per te Armenia”, organizzato da associazioni armene in Italia a sostegno dei rifugiati armeni dall’Artsakh, con il patrocinio della Regione Piemonte. Intervistato dall’assessore regionale Maurizio Marrone, Serj Tankian ha raccontato qual’è la situazione nella regione del Nagorno-Karabakh attraverso una testimonianza lucida e toccante.

Tankian: “Turchia e Azerbajan hanno attaccato il popolo del Nagorno-Karabakh”

Partiamo dall’inizio, cioè da cosa è successo alla fine di questo settembre. Ebbene, spiega il cantante dei System of a Down, “il 27 settembre di quest’anno le forze militari combinate di Turchia e Azerbaigian, insieme a mercenari siriani portati appositamente dalla Turchia all’Azerbaigian, hanno attaccato il pacifico popolo del Nagorno-karabakh che vive lì dal 500 d.C. E’ così iniziata una guerra incredibilmente brutale, all’interno della quale si sono registrati molteplici crimini di guerra commessi dall’Azerbaigian e dalla Turchia in termini di bombardamenti sulle infrastrutture civili e della popolazione di Stepanakert e di molte altre cittadine dell’Artsakh. Le persone hanno dovuto rifugiarsi dentro a rifugi improvvisati, altre sono dovute fuggire e si sono registrati anche episodi di decapitazioni, torture sui prigionieri politici e i prigionieri di guerra“.

Oggi, prosegue Tankian, “con il cessate il fuoco firmato il 9 novembre, la situazione resta molto precaria con la con le truppe di peacekeeping russe intervenute sul terreno e la regione dell’Artsakh sostanzialmente divisa in due. Ora la maggior parte delle nostre chiese e del nostro patrimonio millenario sono nelle mani dell’Azerbaijan, un paese che in passato ha già dimostrato di non essere degno di fiducia per quanto riguarda la tutela di questi simboli. Croci distrutte, chiese devastate…“.

“Hanno bombardato le nostre Chiese: aiutateci”

Come sottolinea il cantante della band statunitense, gli azeri, durante la guerra, “per due volte nello stesso giorno hanno bombardato una delle più antiche chiese Artsak, a Sushi, con missili di precisione. Il tutto mentre al suo interno, dentro un rifugio, vi erano famiglie che si nascondevano. In quel caso un giornalista è anche rimasto ferito ed è stato necessario ricoverarlo in ospedale. Sono stati momenti terribili e anche le conseguenze della guerra lo sono state, dal momento che hanno creato un’enorme catastrofe umanitaria per la popolazione dell’Artsak e gli armeni“.

Drammatica la situazione dei rifugiati: e la pace è appesa a un filo. “Ci sono oltre centomila persone sfollate che non sanno quando potranno tornare dal momento che non hanno nessuno che possa davvero proteggerle. Al momento ci sono le truppe di peacekeeping russe da una parte, e le forze turco-azere dall’altra. E questo non potrà essere così per sempre. L’accordo sul cessate il fuoco sarà solo per 5 anni” spiega l’artista nato in Libano da genitori armeni.

L’appello: riconoscere la Repubblica di Artsakh

Come sottolinea Tankian, in questa guerra brutale, ci sono stati alcuni episodi tipici “di una guerra religiosa“, specialmente “con l’arrivo dei terroristi jihadisti dalla Siria, ma penso che la maggior parte di queste azioni sia stata utilizzata più come strategia militare, che di estremismo religioso. Stanno cercando di sconfiggere i cuori e le menti della nostra gente, stanno cercando di deprimerci dicendo: “Guardate cosa facciamo alla vostra cultura“. Cosa può fare l’Italia in questo contesto? La risposta è chiara: riconoscere la Repubblica di Artsakh, come peraltro stanno facendo moltissimi comuni in tutta la penisola.

Dobbiamo spingere l’Unione europea a fare la cosa giusta e sanzionare la Turchia” osserva l’artista. “Dobbiamo spingere l’Unione europea attraverso il parlamento italiano, attraverso il parlamento olandese, attraverso il parlamento francese, il bundestag tedesco, tutti a sanzione la Turchia e l’Azerbaigian, tutti a riconoscere l’Artsak. Così che quando al gruppo Osce di Minsk ci si siederà ai tavoli per i negoziati di pace si possa avere un po’ più di peso e di influenza contro gli aggressori di questa guerra“. Le autorità italiane raccoglieranno l’appello dell’artista – e di molte altre associazioni – o lasceranno l’Armenia da sola?



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