L’affondo contro la Polonia (e Salvini)

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Bruxelles. Che la plenaria dei 27 leader riuniti nel Palazzo di Justus Lipsius non stesse filando liscia come da previsioni, lo si inizia a capire verso l’ora di pranzo. Quando la conferenza stampa di Mario Draghi comincia inesorabilmente a scivolare: prima alle 14, poi alle 15 e infine alle 16 passate. D’altra parte, come spiega il premier, «questa volta non sono stato io a far tardi», perché il vertice di oggi «era stato immaginato con un Consiglio europeo di transizione», invece «si è rivelata» una «riunione importante» e con «discussioni approfondite e complesse». Sulle quali è evidentemente mancata la quadra. E con l’Italia che si è trovata piuttosto in affanno sul delicatissimo tema dei migranti. E che anche sul capitolo energia non vede uscire vincente la propria posizione.

Ma è certamente il primo il dossier più delicato. Anche in considerazione del fatto che negli ultimi due Consigli Ue – a marzo e giugno scorso – l’ex numero uno della Bce ha provato a imporre il tema. Che ieri ha trovato la ribalta, con un confronto durato cinque ore. Un dibattito confuso, a tratti conflittuale e del quale si è anche perso il filo in più d’una occasione. Un’interlocuzione, quella tra i 27 leader, sostanzialmente caotica. Si parte dalla strategia del leader della Bielorussia, Alexander Lukashenko, deciso a favorire l’ingresso di migranti irregolari in Europa. Circostanza che ha portato dodici Paesi dell’Ue a chiedere la costruzione di un muro finanziato dall’Unione. Sul punto il Consiglio si è opposto, ma solo dopo essersi spaccato. Con l’Olanda che ne ha approfittato per puntare il dito contro l’Italia, rea di consentire i cosiddetti «movimenti secondari». Draghi ha provato a mediare, ribadendo che la questione dell’accoglienza non può essere a carico solo dei Paesi di primo approdo. Concetto che è in qualche modo riuscito a far entrare nelle conclusioni finali, dove è stato aggiunto un esplicito riferimento a «un adeguato equilibrio tra solidarietà e responsabilità». Un’aggiunta che il premier italiano rivendica con forza. Forse, la conferma che le cose non sono andate proprio come si aspettava, visto che è la prima volta – in una conferenza stampa a favore di telecamere – che Draghi preferisce girare intorno alle formule linguistiche della diplomazia piuttosto che sviscerare, con il suo consueto pragmatismo, il vero terreno del confronto. Non è un caso che – al netto di una Germania ancora politicamente congelata – nella sede del Consiglio Ue sia tangibile la sensazione di una certa irritazione di Draghi verso l’immobilismo della Commissione.

Pubblicamente, però, il premier si guarda bene dall’apparire polemico. Anzi, l’ex numero uno della Bce arriva a dirsi «soddisfatto», soprattutto per come si è arrivati alle conclusioni nel dibattito sui migranti. In primo luogo «siamo contrari ai muri e ad eventuali finanziamenti europei, la Commissione è contraria e anche tanti altri Paesi». Come dire: lo chiedono Estonia e Polonia per difendersi dalle migrazioni che «il regime della Bielorussia» sfrutta come strumento di pressione, ma non si faranno. Sul tema dei cosiddetti «movimenti secondari» dall’Italia, ripete, «si è trovato un equilibrio fra responsabilità e solidarietà», perché «alcuni Paesi vogliono cambiare Schengen», ma «il punto chiave è che quanto più è debole la protezione delle frontiere esterne tanto più forte è la tentazione di limitare i movimenti interni all’Ue». Insomma, «il testo iniziale prevedeva una modifica di Schengen», ma alla fine «è sparito».

Si passa al tema energia. Un dossier anche questo rimasto al palo, congelato dal braccio di ferro tra chi è a favore di uno stoccaggio comune del gas – da destinare in depositi che fungano da riserva per difendersi dalle oscillazioni del mercato – e chi non ha particolari interessi in proposito. Come per esempio la Germania, che ha dalla sua accordi diretti con la Russia. L’Italia è ovviamente sul primo fronte. Perché, spiega Draghi, bisogna essere «espliciti con la necessità di preparare subito uno stoccaggio integrato con le scorte strategiche» così da «proteggere tutti i Paesi dell’Ue in egual misura».

Infine, il capitolo Polonia. Con tanto di affondo su Matteo Salvini. Gli chiedono se la Lega, vista la sua posizione al Parlamento Ue, sia una sorta di «spina sovranista» nel suo esecutivo. Draghi non ci gira intorno: «L’adesione della Lega al governo è stata decisa sulla base del discorso che ho fatto in Parlamento, discorso nel quale ho detto chiaro che chi fa parte di questo governo deve rispettare il diritto Ue e considerare l’euro un grande successo». Insomma, conclude il premier, quello che dobbiamo fare è «cercare di riparare le debolezze» dell’Ue, «non distruggerne la costruzione». Considerazione su cui a sera, rientrato a Roma, Draghi si trova d’accordo con Silvio Berlusconi. I due si sentono al telefono per fare il punto sul Consiglio europeo e il leader di Forza Italia si complimenta con il premier per il lavoro fatto. Un modo anche per chiudere le speculazioni sul confronto interno a Forza Italia e ribadire – nonostante le posizioni sulla Polonia tenute a Strasburgo dalla Lega – la linea fortemente europeista.


Fonte originale: Leggi ora la fonte