La trattativa segreta del sottogoverno che offende gli italiani

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Qualcuno dovrebbe prima o poi certificare che la maggioranza di governo è solo una finzione matematica. È numeri, ma sotto non c’è più nulla. Non c’è un’idea di dove andare. Non c’è un’alleanza. Non c’è un sentimento condiviso. Ogni pezzo non nutre stima per l’altro e tutti si stanno visceralmente sulle scatole. È un club dove si sta insieme perché non si ha altro da fare. I numeri in Parlamento però contano e allora si va avanti in attesa di un qualcosa che prima o poi dovrà accadere. Il governo sopravvive per inerzia.
Cosa fanno allora i partiti della maggioranza per non annoiarsi? Trattano. È un po’ come giocare a carte, qualcosa di più di un semplice passatempo, perché comunque in ballo ci sono soldi e pezzi di potere. È un vizio e nasconde micragnosi interessi. Sono mesi per esempio che si parla di rimpasto. L’obiettivo è rimettere in moto la giostra e ridefinire un po’ di poltrone. Matteo Renzi si agita quasi per un senso di orgoglio, visto che deve dare fiducia a un premier di cui non ha alcuna stima e pretende almeno soddisfazione: un ministero pesante dove ritrovare un ruolo. Non solo. Renzi si sente come una sorta di Cristiano Ronaldo della politica. È quindi convinto che senza di lui questo governo non può avere un futuro, ma con lui che si muove da sinistra per spaziare verso il centro tutto diventa diverso. L’unico modo per andare avanti è sottomettere questa compagnia al tocco del fuoriclasse.
Non c’è chiaramente solo orgoglio e presunzione. La trattativa batte anche su questioni fondamentali per coprirsi le spalle. Qui si vive in una democrazia anomala, dove le elezioni spesso pesano poco, mentre i venti della giustizia sono insidiosi e c’è sempre qualche procuratore, in buona o cattiva fede, che cambia il destino delle partite. È per questo che la delega sui servizi segreti è uno dei punti caldi di questa stagione politica. Al momento è nelle mani del presidente del Consiglio. Renzi, il Pd e i Cinque stelle premono affinché la molli. Ognuno pretende di mettere il proprio uomo di fiducia a capo di questa autorità di controllo. Non è normale, sostengono, che alla fine degli 007 se ne occupi Rocco Casalino.
Non è facile però trattare con Conte. Il premier su qualsiasi questione dice: certo, capisco, ce ne occuperemo più in là. Ma più in là quando? Dopo. Il caso dei servizi segreti è stato rinviato dopo il Recovery, che viene subito dopo l’ultimo Dpcm, forse a babbo morto.
È qui, nello spazio morto della trattativa, che tutto appare surreale. Davanti alla crisi umana, economica e sociale più devastante dagli anni della guerra la maggioranza si interroga sul «chi siamo noi e dove stiamo andando». Non è un quesito filosofico. È un naufragio.
Nessuno conosce ancora il progetto italiano per ottenere e gestire i soldi del Recovery. Si sa invece come stiamo lavorando sui fondi strutturali europei, quelli della programmazione 2014-2020. I dati sono aggiornati fino al 2019. Ecco cosa scrive la Corte dei Conti europea. Su quasi 45 miliardi di euro ne abbiamo spesi il 30,7 per cento. Siamo i penultimi nella classifica Ue, peggio di noi la Croazia. La responsabilità non è solo di Conte, il Pd, i renziani e i grillini in questi anni non stavano su Marte. È un discorso che vale anche per la Lega e per i presidenti delle Regioni. È anche per questo che in Europa non si fidano di noi. Se l’Italia non ha saputo gestire in sei anni 45 miliardi di euro cosa pensa di fare con i 209 che dovrebbero arrivare? La risposta ancora non c’è: stanno trattando su a chi spetta darla.



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