La nuova vita della parola raccomandazione

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«È fortemente raccomandato». Una volta, di fronte a questa affermazione, saremmo sobbalzati sulla sedia: «Pure lui? E chi lo ha raccomandato? Chi conosce?». Adesso, invece, terrorizzati, ci chiediamo: «Cos’altro vogliono impedirci di fare?». La seconda ondata di Covid ha scatenato anche una piccola rivoluzione semantica. Una volta si raccomandava un cugino al politico di turno per trovargli un impiego alle Poste. Ora è il governo che raccomanda a noi di lavarci le mani o uscire di casa solo per le emergenze. L’ultimo Dpcm è pieno di raccomandazioni, anzi di «forti» raccomandazioni. Con tutte le ambiguità che implica la parola stessa. Una volta, chi non accettava una raccomandazione, era una sorta di eroe civile. Adesso è trattato alla stregua di un delinquente. E se io rispedisco al mittente le raccomandazioni di Conte cosa mi succede? Mi multano? Mi arrestano? No, perché non è un divieto. È, appunto, una raccomandazione che, secondo il dizionario Treccani, è «un consiglio dato con tono di esortazione affettuosa o autorevole o anche velatamente minacciosa». Non ce ne voglia il premier, ma di affetto ne cogliamo poco. Le raccomandazioni (e l’affetto) ce le dà la nonna quando dice «Mi raccomando mettiti la sciarpa che fa freddo», non lo Stato. La raccomandazione dello Stato è solo il malcelato tentativo di imporci delle scelte che non può imporci di fatto: perché violano le più elementari libertà personali o perché sarebbero insostenibili per lo Stato stesso. Infatti Conte raccomanda l’uso della mascherina nelle abitazioni private in presenza di persone non conviventi e di limitare gli incontri. Che può essere solo un appello, innanzitutto perché il domicilio è inviolabile e poi perché sarebbe impossibile da verificare. Non possono ancora (per ora) paracadutare le teste di cuoio nel tinello di casa nostra per controllare che le bocche siano sigillate e i presenti siano più o meno, felicemente o tristemente, congiunti. Così come si raccomanda di non spostarsi, con mezzi pubblici e privati, salvo motivi di lavoro, studio, salute e necessità. Che vuol dire tutto e niente: se io sono tabagista per me andare dal tabaccaio è una questione di necessità. Qualcuno può impedirlo? Lo si raccomanda e basta, perché altrimenti poi al governo toccherebbe gestire tutto questo casino e noi saremmo praticamente ai domiciliari. L’ennesimo scaricabarile, e dentro il barile c’è sempre il solito desiderio di controllare le vite degli altri. La raccomandazione, quindi, è solo il travestimento di un consiglio che non è riuscito a diventare obbligo, un «vorrei ma non posso ma comunque cerco di fartelo capire». La raccomandazione è un’ipocrisia talmente smaccata e viscida che ci fa venire nostalgia del suo precedente significato. No, non quello del sopraccitato cugino spedito alle Poste, quello della nonna che ci consigliava di indossare la sciarpa. Da lei possiamo ricevere raccomandazioni, dallo Stato ci aspettiamo altro.



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