La Bce contro il cashback “Misura sproporzionata. Il contante non si tassa”

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Anche dalla Banca centrale europea giungono segnali funesti per il governo di Giuseppe Conte. Ma questa volta a essere messa in discussione non è la sostenibilità del debito pubblico, tema caro all’Europa, bensì una delle misure bandiera dell’esecutivo giallorosso: il cashback di Stato. L’istituzione guidata da Christine Lagarde ha inviato una lettera a Palazzo Chigi e, per conoscenza, alla Banca d’Italia e al commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni, per segnalare le proprie riserve sull’operazione di rimborso del 10% degli acquisti effettuati nei negozi fisici con mezzi di pagamento elettronici.

La missiva, firmata il 14 dicembre dal vicepresidente della Bce Yves Mersch, stigmatizzerebbe «l’invasione di campo» del governo italiano nell’ambito della tutela monetaria che i Trattati comunitari riconoscono come competenza esclusiva dell’Eurotower. «Le autorità nazionali sono tenute a consultare la Bce su progetti di disposizioni legislative che rientrino nelle sue competenze, comprese, in particolare, quelle relative a mezzi di pagamento». Insomma, una questione formalmente in punta di diritto giacché l’esecutivo ha scelto di intervenire su questioni attinenti la moneta liquida nella quale sono ricomprese carte di credito, carte di debito e App per i pagamenti.

Ma questa è solo la premessa. La Bce ritiene che l’introduzione di un programma cashback per strumenti di pagamento elettronici sia «sproporzionata alla luce del potenziale effetto negativo che tale meccanismo potrebbe avere sul sistema di pagamento in contanti e in quanto compromette l’obiettivo di un approccio neutrale nei confronti dei vari mezzi di pagamento disponibili», ledendo la libertà dei cittadini e dei consumatori di utilizzare il contante. In buona sostanza, Francoforte chiede a Conte e al ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, di dimostrare come il cashback «una chiara prova che il meccanismo di cashback consenta, di fatto, di conseguire la finalità pubblica della lotta all’evasione fiscale».

Ed è proprio da queste considerazioni di natura microeconomica che si deduce quanto profonda sia l’irritazione della Bce nei confronti dell’Italia. Lo stanziamento per i rimborsi vale oltre 4,75 miliardi di euro fino al 2022, risorse reperite con il maggior deficit, cioè con l’emissione di titoli di Stato che l’Eurotower si ritrova a comprare nell’ambito del piano di interventi anti-pandemia. E cosa fa il governo con questi soldi? Di fatto aumenta la moneta in circolazione rimborsando chi paga persino le bollette e le tasse con gli strumenti elettronici in un negozio fisico come un ufficio postale. O, visto secondo un’altra prospettiva, immette una tassa implicita sul denaro contante, che viene penalizzato allorquando lo si scelga come forma di pagamento.

Ovviamente il ministro dell’Economia ha cercato di minimizzare. I rilievi della Bce, fanno notare fonti di Via XX Settembre, sono «formali» e non «appaiono peraltro fondati, in quanto come è noto il cashback italiano non limita minimamente l’utilizzo del contante né penalizza chi lo usa, ma tende unicamente a incentivare gli strumenti di pagamento elettronici». Tuttavia, non si spiega se il piano si rivelerà efficace e quanta evasione si conta di recuperare. Eppure, è uno schema molto simile a quello che la Commissione Ue utilizzerà per ogni singola voce del nostro Recovery Plan. Ecco perché, al di là della materia dl contendere, a Palazzo Chigi faranno bene a preoccuparsi. L’ultimo premier a ricevere una lettera dalla Bce nel 2011 non durò molto al proprio posto.



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