Il vaso di Palamara da cui sgorgano i mali della giustizia

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I riflettori sono sul Covid, sulle cure e la libertà degli italiani nelle Feste di Natale. Come è giusto. Ma laggiù, lontano, si intravede un film che ricomincia all’inizio della settimana e seguiremo nei prossimi mesi. Un film giallo, anche un po’ nero, con attori importanti, che inizia con un duello tra due tiratori scelti, due arcinoti pubblici ministeri. Il luogo dello scontro è Perugia: dalla parte dell’accusa, il procuratore Raffaele Cantone, ex presidente dell’Anticorruzione, lo sfidante è l’ex pm Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, ex membro togato del Csm, l’organo di governo e controllo della magistratura. E anche – tenete bene a mente – l’unico tribunale che punisce o promuove i magistrati.

Basterebbero i titoli e le storie dei due protagonisti ad attirare l’attenzione, basterebbero i loro precedenti a garantire che sarà un duello spettacolare, mai visto prima, e invece su tutta la vicenda è calato di nuovo un silenzio irreale, proprio quello che veniva chiesto all’informazione fin dall’inizio del «caso Palamara», con quelle intercettazioni dal suo telefono che chiamavano in causa magistrati, politici, faccendieri, tutto e tutti, anche giornalisti, che sono i primi a rispettare e scomparire nel silenzio. Ci riproveranno anche ora a minimizzare, sottovalutare, seppellire una vicenda che fece indignare e intervenire il Quirinale, ma non sarà facile.

Qualsiasi interlocutore in servizio nel mondo giudiziario vi dirà che Palamara è stato espulso dalla magistratura, che non fa più parte di quel mondo. Ma va! Uno che è stato ai vertici di tutto, del massimo organo di autogoverno e della prestigiosa Anm, che ha partecipato a tutte le decisioni più importanti e, quanto meno ha trafficato con tutti per rendere operative le decisioni, che è stato l’espressione più evidente delle lobby correntizie nella gestione ordinaria della giustizia italiana, non scompare con un’espulsione di comodo. Anzi, lui stesso ha dichiarato «ho pagato io per tutti», facendo capire che racconterà come funzionava «il Sistema» che lo ha prodotto. La minaccia è esplicita: nel tribunale di Perugia potrebbe essere scoperchiato il Vaso di Palamara, l’elenco dei vizi «normali» della magistratura.

Non si pensi soltanto ad un suggestivo riferimento mitologico: è fresco di stampa Il libro nero della magistratura di Stefano Zurlo, che si limita a pubblicare le sentenze – fornite dallo stesso Csm – contro giudici processati per comportamenti che si fatica a credere veri. Altro che nomine, spartizioni e accordi sottobanco. Nero su bianco, le carte della Sezione disciplinare raccontano di sentenze depositate con mesi e mesi di ritardo, di un imputato dimenticato in cella per 51 giorni, di giudici che hanno chiamato i carabinieri per non pagare il conto al ristorante, altri che perdevano pratiche e fascicoli e perfino un caso di ricettazione di orologi rubati. Alcuni sono stati condannati, altri assolti, con verdetti di ammonimenti e censure, perché la giustizia per i magistrati va così.

Ma dal libro emerge una riflessione su una possibile mutazione antropologica dei magistrati. Sarà effetto del reclutamento, oppure anche della dialettica correntizia, o di malcelato senso di impunità e di onnipotenza? In fondo, Palamara era arrivato ai vertici dell’Anm e al Csm per la sua grande abilità manovriera, perché sono poche le sue attività penali che si ricordano. E anche per il suo avversario Cantone sono state sollevate apparentemente critiche analoghe, perché quando fu proposto per la Procura di Perugia, in uscita dall’Anac, in molti, tra gli altri il potentissimo Davigo, sollevarono il problema di un suo scarno curriculum professionale. Ma il vero motivo era più politico e lo spiegò, senza giri di parole, il pm supergiustizialista Di Matteo: «Voterei Cantone per qualunque incarico, ma non per Perugia, perché lì giudicano reati commessi a Roma». Dunque, sospetti su Cantone per il suo buon rapporto con Renzi e sospetti paradossalmente coincidenti con quelli di Palamara sul procuratore di Roma Pignatone e sul suo sostituto Ielo. Perdonate se insisto e rischio di confondervi le idee, ma anche nelle intercettazioni esistono tracce di un’attività diffamatoria di Palamara nei confronti di parenti dei due procuratori romani.

Fesserie, sento già replicare, ma c’era la Procura di Roma e tutto il vertice della magistratura da conquistare e riassettare e nelle carte di Perugia ci sono i nomi, che Cantone dovrà fare per dovere d’ufficio e anche per sfida personale (per dimostrare perché fu osteggiato in quel posto) e che Palamara vorrà fare per difendersi dall’accusa di essere una semplice mela marcia scartata da un cesto di frutta sana. Con tali premesse, vi sembra un processo noioso quello che sta per aprirsi, anche tralasciando le grandi implicazioni politiche e dei mezzi di informazione? Pensate che Cantone sospese le indagini per eccesso di violazione del segreto istruttorio, dichiarando «Palamara fa la spia sulle indagini riservate al Fatto e alla Verità». A me sembra il processo ad un Sistema che ha governato la magistratura, che rischia di far passare i giovani pm in una specie di porta girevole, al di là delle scelte di principio (ricordate Sliding Doors?). Un giro e sei Cantone, due giri e sei Palamara. Il Sistema è la fine della giustizia, non vi fate ingannare da quanti vorrebbero seppellire la verità in una tomba di cemento, come si fa con le scorie nucleari.



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