Il sogno del Pd. Un nuovo governo con Italia viva ma senza Matteo

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Dritti come spade verso il Conte Ter con una terza maggioranza: questo, a metà pomeriggio, è il messaggio su cui si assesta la propaganda del Pd.

Secondo lo spin del Nazareno e dintorni, che si adegua come morbido pongo allo spin di Rocco Casalino (autore del memorabile hashtag «Avanti con Conte» docilmente twittato nottetempo da gran parte dei notabili dem) e – conseguentemente – a quello dei Cinque Stelle, l’assedio a Matteo Renzi è in pieno corso e sta dando frutti. La linea la dettano i grillini, i dem seguono: dai Cinque Stelle parte il «mai più con Renzi», e lo slogan rimbalza prontamente dal Nazareno: l’ex premier non potrà essere più incluso in «nessuno scenario che preveda una possibile ripartenza», dice Zingaretti. Ora l’obiettivo, si spiega, è raccattare in Senato un numero di «responsabili» e scappati di casa vari tale da far raggiungere la fatidica soglia dei 161 voti (senza i renziani lo schieramento contiano si ferma a 150). Forti di questa «autosufficienza», si punta a prendersi uno a uno i senatori di Italia viva, e convincerli che conviene loro mollare il reprobo e tornare a votare per il premier con pochette, perché se no si finisce dritti dritti alle elezioni anticipate.

Se non funziona, si farà dondolare sotto il loro naso qualche ricco premio o cotillon: sottosegretariati? ricandidature? incarichi qui e là? Il piatto, assicurano a Chigi e dintorni, può essere ricco. L’obiettivo è di sottrarre a Renzi un numero di senatori tale da fargli saltare il gruppo a Palazzo Madama e – soprattutto – da rendere l’operazione «meno trasformistica di quel che è», ammettono candidamente. Se almeno 8 o 9 renziani abbandonano rientrano nelle file Pd da cui erano usciti, la neo-maggioranza del Conte Ter apparirà meno avventurista e raccogliticcia.

Il problema è che, a ieri sera, l’operazione non sembrava sulla rampa di lancio: una sola senatrice, e per di più non proveniente dal Pd ma da Forza Italia, veniva data per acquisita. Dal Nazareno si frenava: vediamo se davvero si arriverà al voto sulle comunicazioni di Conte alle Camere, non è ancora detto, si spiegava. Persino dal Colle, pronto a spendersi assai per la pochette, si avanzavano dubbi sull’esito. «Lo zoccolo duro di Renzi nel gruppo al Senato è molto forte», ammettevano i dem.

Tensioni interne si sono registrate in mattinata nel vertice politico convocato da Zingaretti. Il timore di una larga parte del Pd era che il segretario, con il suo vice Andrea Orlando, con la loro drastica chiusura a ogni recupero di Renzi e a ogni ipotesi di governo salvo un ennesimo Conte, mettessero già in conto lo sbocco elettorale, dando via libera ad un governo di scopo per gestire il paese fino al voto anticipato. «Non è il momento di duelli rusticani o acrobazie, il timone della crisi va restituito al Quirinale», avvertiva Andrea Romano per conto di Base riformista, corrente di Guerini e Lotti. In sintesi: Conte si dimetta, e si provi a riazzerare la situazione, senza escludere un recupero di Renzi. E soprattutto, hanno avvertito i capigruppo Delrio e Marcucci, nessuno si sogni di mettere in conto il voto anticipato, brandito anche da Conte: «Così si fanno esplodere anche i nostri gruppi parlamentari». Il grande terrore che paralizza il Pd, e che lo spinge ad aggrapparsi a Conte e Casalino, lo spiega chiaramente un parlamentare dem: «Se si tentasse un governo con questa maggioranza ma con un premier diverso rischia di partire l’operazione Draghi: un governo tecnico con larga maggioranza, ma con i nostri tagliati fuori da ministeri e gestione del Recovery fund. Preferiscono morire con Conte, piuttosto».



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