Il realismo della destra filoamericana

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Giovedì scorso, nell’aula del Senato, Ignazio La Russa è stato lapidario. «La destra italiana è sempre stata per la Nato e per l’Occidente sin dal 1949», ha detto. E l’ha detto dopo aver elogiato l’eroica resistenza ucraina e sostenuto la necessità di inviare armi all’aggredito. Altro che antiamericanismo, dunque, altro che i distinguo di Matteo Salvini

Meno di ventiquattr’ore prima mi ero casualmente ritrovato in una macchina del tempo. Ero alla presentazione del libro di un amico, Enzo Raisi, dove ho assistito al civile ma radicale scontro tra due protagonisti della destra che fu: Gianni Alemanno e Gianfranco Fini. Il primo, che oggi milita nel partito di La Russa (Fdi), trasudava antiamericanismo, criticava le decisioni della Nato, descriveva l’Italia come «una colonia americana» e addirittura attribuiva allo «status coloniale» la modesta tempra delle nostre élite politiche. Il secondo era fermamente arroccato su posizioni opposte. Il pubblico, per quel che vale, sembrava equamente diviso tra le tesi dell’uno e le tesi dell’altro.

C’era, nella destra missina, anche questa dialettica. E c’è ancor oggi. C’era (e c’è) anche una componente ferocemente anti americana non solo perché l’America aveva sconfitto il fascismo, ma anche perché più d’ogni altro paese rappresentava il capitalismo. La guidavano personaggi autorevoli: Beppe Niccolai, Filippo Anfuso, Pino Rauti, Enzo Erra, Giano Accame, che pure era decisamente filoisraeliano. Era una minoranza tutt’altro che residuale. Teorizzavano un’Europa unita come alternativa al «giogo» americano. La maggioranza del Msi era attestata su posizioni opposte. E filoamericana. Così filoamericana che le firme migliori di due riviste importanti come gli Stati e Il Borghese tessettero l’elogio di J. F. Kennedy in quanto «conservatore inconsapevole» e più di Nixon capace di una politica estera anticomunista che facesse perno sull’Europa e dunque sull’Italia. Il Borghese arrivò persino a pubblicare il libro di Kennedy Ritratti del coraggio.

Perché lo fecero? Per realismo. Quel realismo che è, o dovrebbe essere, il tratto distintivo del centrodestra e di qualsiasi forza realmente politica che ambisca a governare. Quel realismo che in parte si è perso, ma che oggi, grazie alla minaccia putiniana, facendo leva sulla comune identità occidentale in spregio ai deliri della «cancel culture» e sull’urgenza ormai da tutti percepita di dare sostanza politica al sogno europeista potrebbe come d’incanto tornare in auge. E sarà questo il discrimine della politica futura: realisti contro demagoghi.


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