Il proporzionale piace al Pd ma non conviene all’Italia

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Il dibattito sulla legge proporzionale ricorda i fiumicelli carsici: compare, scompare per poi ricomparire. Parlo del proporzionale integrale, si capisce. È perfettamente inutile dire che tutto ciò non accade a caso. Tutto dipende da una condizione politica contingente che cambia di continuo. Si muove a una velocità tale da apparire per paradosso più ferma di un paracarro.

Diciamocela tutta: capi, capetti e caperonzoli dei due schieramenti ci appaiono dei leoni in gabbia. Ora, per uscire dalla gabbia occorre segare le sbarre. E lo strumento ad hoc è per l’appunto la rappresentanza proporzionale. Solo così il «tutti per uno e uno per tutti» dei moschettieri di Alexandre Dumas si converte nel suo opposto identitario: «Ognuno per sé e Iddio per tutti».

Tuttavia c’è una bella differenza tra dritta e manca. Il centrodestra è in ebollizione soprattutto perché Giorgia Meloni è andata su al punto da diventare in svariati sondaggi il primo partito in assoluto. Ciò nondimeno, il proporzionale mai e poi mai potrebbe essere accolto a cuor leggero. Almeno per due motivi. Primo, perché la politica dello stare insieme a dritta è il capolavoro di Silvio Berlusconi, la cui discesa in campo nel 1994, propiziata dal Mattarellum, ha fatto un miracolo. Ha relegato in soffitta il sartoriano triciclo, caratterizzato da una grossa ruota al centro e due ruote alle estremità. E ci ha regalato la fiammante bicicletta del bipolarismo. E poi con il sistema elettorale misto la vittoria è a portata di mano, mentre con il proporzionale integrale chissà come andrebbe a finire. Forse in un pareggio anticamera dell’instabilità ministeriale.

Rispetto poi al centrosinistra, il centrodestra ci appare tutte rose e fiori. Perché il Pd è un pugno d’uomini indeciso a tutto. Enrico Letta pensa a una vocazione maggioritaria del Pd in un campo largo con tutti quelli che ci stanno. Al Festival dem di Empoli ha auspicato una legge che consenta ai cittadini di votare direttamente i candidati. Perciò no alle liste bloccate. Dario Franceschini e i suoi cari puntano invece a un proporzionale integrale. Nel timore che, tutti assieme più o meno appassionatamente, il morto rappresentato dai Cinque Stelle afferri il vivo, cioè a dire il Pd. Non pago di fare, Franceschini si ammanta d’ipocrisia. Così martedì, alla direzione nazionale del partito, ha detto: «Se ci sarà una riforma non sarà per varare una legge che consenta al Pd di stare comunque in maggioranza». Parole che ricordano quelle della donna che nel letto maritale dice: «Non lo fo per piacer mio ma per dare figli a Dio».

Si dà il caso che quello che forse converrebbe al centrosinistra non converrebbe all’Italia. Difatti regrediremmo da cittadini a sudditi. E anziché sceglierci liberamente i parlamentari e il governo, ridaremmo una delega in bianco ai partiti che dopo le elezioni, con tutto comodo, partoriranno un governo a loro piacimento. Ma è destino di un Pd perdente emulare l’asino di Buridano, indeciso tra la padella e la brace.


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