Il pressing trasversale per l’unità nazionale. “Giuseppi è un incapace”

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Il momento, drammatico, lo spiega con parole di fuoco uno dei leader della maggioranza giallorossa: «Il governo in questi mesi ha sbagliato tutto. E sta emergendo un dato che non fu colto nella primavera scorsa, cioè che Conte è un incapace. All’epoca, quando fu decisa la zona rossa ad Alzano, Renzi propose un governo di unità nazionale e ci fu il parapiglia, gli spararono tutti addosso, visto che avevamo di fronte un pericolo sconosciuto. Ora c’è una situazione diversa: Conte è rimasto fermo di fronte ad un’emergenza annunciata, non ha pensato ai tamponi, ai trasporti, alle terapie intensive, ha dimostrato di non essere all’altezza. E se ne sta accorgendo pure l’opinione pubblica. Inoltre dicendo no al Mes, lui e quel genio di Gualtieri, hanno commesso un grosso errore, che gli si rivolterà contro come un boomerang. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni, come andranno le elezioni americane, se il contagio diminuirà, o, ipotesi purtroppo più probabile, no. A quel punto di fronte all’emergenza sempre più grave bisognerà puntare più in alto. E si andrà avanti, come treni, verso un governo Draghi. Si vedrà se nascerà un governo con dentro un ministro per ogni partito; o se, invece, nascerà un governo esclusivamente tecnico».

E pensare che le immagini della «rabbia sociale» che si vedono in questi giorni erano state previste per tempo dagli inquilini più avveduti del Palazzo. Pierferdinando Casini aveva pronosticato che Conte a settembre sarebbe stato «cacciato con i forconi». Ebbene, è trascorsa l’estate e in ritardo di un mese, siamo ad ottobre, i forconi si sono cominciati a vedere per le strade. Più puntuale della «rabbia sociale» è stata, invece, la seconda ondata del Covid-19 che all’inizio di ottobre ha ricominciato la sua danza di morte. L’unico a non aver azzeccato, o peggio sottovalutato, queste previsioni è stato Conte e il suo governo, che, cullandosi sul fantomatico successo della primavera, si sono presentati impreparati sul fronte delle scuole, dei trasporti, dei vaccini anti-influenzali, della medicina territoriale, delle terapie sub-intensive e intensive. Dato che questa epidemia somiglia tanto ad una guerra, Conte ricorda nei suoi errori di sottovalutazione il generalissimo Luigi Cadorna che guidò l’esercito italiano nella prima guerra mondiale con successo fino alla sconfitta di Caporetto: Cadorna, come oggi Conte, tronfio per le vittorie sull’Isonzo dette per spacciati gli austriaci, e ne pagò il prezzo. L’unica differenza è che in quell’emergenza peggiore dell’attuale (imperversava pure l’influenza spagnola), il Re non ci pensò due volte a sostituire Cadorna con il generale Diaz, per ridare fiducia alle truppe e al Paese.

Da noi, invece, il capo dello Stato per ora prende tempo, rifugiandosi nella retorica di una «condivisione» tutta da studiare e da definire. Ma fino a quando? Si sa che nelle ultime settimane Mattarella ha avuto colloqui con i vari amici che ha nel mondo bancario, in quello economico, in quello dell’impresa, sul da farsi. E a sentire i racconti di alcuni degli interessati, molti avrebbero messo in evidenza i limiti dell’esecutivo, richiesto una maggiore «competenza», come pure una formula che rappresenti il più possibile l’intero Paese. Ragionamenti che nel linguaggio della politica sono tradotti con l’espressione «unità nazionale», in voga dall’inizio dell’emergenza ma finora rimasta sempre lettera morta. Solo che l’acuirsi del contagio e gli errori commessi dall’esecutivo stanno facendo tornare di moda quell’espressione. I numeri dell’epidemia sono spietati. Siamo ripiombati nell’incubo di sei mesi fa. Con una differenza: se in primavera solo il Nord era in balia del virus, oggi imperversa anche al Sud, dove sta diventando un detonatore per il disagio sociale.

Insomma, siamo nei guai. Guai seri a cui il governo ieri ha tentato di rimediare spargendo denari e facendo gli scongiuri. Dopo tanti errori un po’ poco. E questa insoddisfazione sotterranea la trovi anche nella maggioranza che più passano i giorni, più si sente fragile. «Il problema confida il sottosegretario, Roberto Morassut, tra gli intimi di Zingaretti non è più neppure il rimpasto: non è che se sostituisci qualche ministro cambia qualcosa. Semmai dovresti allargare la maggioranza, coinvolgere Forza Italia. Avrebbe già più senso». «Siamo in un casino ammette un’altra piddina, Alessia Rotta ci stiamo prendendo colpe che non sono le nostre».

La critica al premier è sempre la stessa: è immobile, bulimico nelle parole e lento nelle decisioni. E i ritardi dell’azione del governo, si sono trasformati nell’immaginario dell’opinione pubblica in limiti nell’agire. La curva in discesa nell’indice di gradimento del premier nei sondaggi lo dimostra. Come lo dimostra il fatto che «l’unità nazionale» non è più vista come una bestemmia neppure tra i 5 stelle, ma come un’eventualità che potrebbe rivelarsi necessaria. «Vediamo si limita a dire il sottosegretario grillino, Angelo Tofalo cosa succede nelle prossime settimane e poi si decide». Un’eventualità che nelle parole del renziano Luigi Marattin, si trasforma in una necessità. «Rischiamo di apparire complici spiega davanti ad un ascensore di Montecitorio questo è il momento di un governo di unità nazionale».

Già, più cresce l’epidemia e più si percepiscono le carenze dell’attuale quadro politico. Ne è consapevole anche l’opposizione. «Non reggono osserva il leghista Tiramani comincio a pensare che la profezia del consigliere di Mattarella, Astori, di un governo Draghi, si avveri».

Come per Cadorna, anche per Conte sarebbe difficile sopravvivere ad una nuova Caporetto provocata dai suoi errori. «Le misure del Dpcm si arrabbia ancora Matteo Renzi non risolvono un cavolo. Non ci saranno meno contagi ma più disoccupati».

Al solito la Meloni e Giorgetti che parlano ancora di elezioni, o Salvini che si inventa di eleggere in Parlamento un nuovo Comitato scientifico, non aiutano questo processo. Ma è pur vero che la situazione, nel combinato disposto epidemia-crisi economica, con la «rabbia sociale» che comincia a serpeggiare, rischia di diventare paradossalmente più ingestibile della scorsa primavera. E sarà un caso, forse solo un caso, ma Mario Draghi, il nome sempre evocato, ha rinunciato proprio in questi giorni ad assumere la presidenza di Goldman Sachs.



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