Il M5s isola Di Battista. Ma lui ancora trama per defenestrare Di Maio

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Ancora lui. Anche in un momento in cui l’Italia in crisi da Coronavirus aspetta un nuovo lockdown, o qualcosa di molto simile a ciò che abbiamo visto a marzo e aprile scorsi. Quando la discussione interna al M5s sembra sparire dalle prime pagine, ci pensa Alessandro Di Battista a far parlare degli Stati Generali, già cominciati in sordina e da remoto causa Covid. La miccia è una dichiarazione dell’ex deputato durante l’incontro via Zoom con gli attivisti della provincia di Roma. Il nodo è il limite dei due mandati, su cui Dibba è pronto a chiedere una votazione «nelle prossime settimane», ovviamente su Rousseau. Pochi giorni prima invece Di Battista aveva chiesto il rinvio degli Stati Generali a quando si sarà calmata la tempesta della seconda ondata del virus. «L’ho incontrato proprio oggi per strada e mi ha confermato che vuole uno slittamento», dice al Giornale sorridendo un deputato grillino al secondo mandato. Secondo i suoi avversari interni la strategia dell’ex parlamentare romano è semplice. Il tipo è abbastanza egocentrico e «gli piace vincere facile». Per questo motivo prima ha fatto appello a mettere in secondo piano il dibattito del M5s per far posto all’emergenza, «voleva mostrarsi responsabile e saggio», dicono le malelingue di Montecitorio. Quindi ha rilanciato sul secondo mandato. «Perché sa bene che la base al 90% è contraria alla deroga, quindi vuole farsi portavoce dello spirito originario del Movimento, facendo apparire Luigi (Di Maio, ndr) come quello attaccato alla poltrona», argomenta una fonte dalla pancia dei gruppi parlamentari.

Sempre da fonti parlamentari arriva la replica alla richiesta di Dibba di mettere ai voti la regola del secondo mandato. «La regola del secondo mandato è un pilastro del M5s ed è molto grave che Di Battista proponga, durante la crisi che stiamo attraversando con l’Europa in ginocchio, di rivedere questa regola mettendola al voto. Perché una regola inderogabile non si può mettere al voto», spiegano rigirando la frittata e accusando provocatoriamente l’ex deputato di voler derogare al secondo mandato. Le stesse fonti parlano di «atteggiamento ambiguo» e invitano Di Battista a «pensare di più al Paese e meno a se stesso». Provocazioni a parte, basta parlare con qualche parlamentare del M5s per rendersi conto di come l’addio al limite del doppio mandato non sia più un tabù. Si cerca un modo per aggirare la regola, ma non è un’impresa facile. L’abbattimento dell’ennesimo totem, seppur con una formula diversa, non verrebbe mai digerito dalla base.

E nella corsa a chi è più puro si è scatenata una guerra ad «accaparrarsi ciò che resta degli attivisti». Tutto per avere più delegati al congresso, maggior peso nella nuova «segreteria politica» che uscirà dalla fase finale degli Stati Generali; proprio come da rituale dei vituperati partiti tradizionali. I capicorrente fanno a gara a mostrarsi come gli interpreti più genuini dello spirito originario dei Cinque Stelle. Il favore degli attivisti sul territorio è il bottino da conquistare. Così da Roma partono chiamate, messaggi su whatsapp, inviti alla mobilitazione diretti ai vari proconsoli locali. «Ci sono solo capi e capetti ma nessuno che decide», sintetizza un esponente storico del M5s.



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