Il fustigatore Davigo diceva che le toghe sono infallibili. Ma ora le contesta.

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Povero Piercamillo Davigo. Il Csm l’ha appena mandato ai giardinetti e lui fa ricorso al Tar, come un arci italiano anche un po’ sfigato. Fa tenerezza vedere il Torquemada fustigatore degli italici costumi rivolgersi al Tar per provare a ribaltare la decisione del Consiglio superiore della magistratura, unico governo (anzi autogoverno) deputato a decidere vita, carriere e destini di ogni magistrato. Per carità, ben vengano i tribunali regionali, che tante volte hanno corretto qualche stortura giuridica. Ma per il povero Davigo un po’ dispiace.
Se c’è, anzi c’era, un magistrato in funzione che aveva fatto del giustizialismo più bieco un mantra per provare a nascondere le grandi colpe dei suoi colleghi magistrati nel fallimento della giustizia era lui. Con frasi come «non esistono innocenti, ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca», Davigo aveva teorizzato di fatto l’infallibilità della magistratura, anche di fronte a sentenze «sgradite», dando la colpa delle assoluzioni alla prescrizione o alle alchimie dilatorie degli avvocati difensori.
E proprio ieri Davigo che fa? Fa vacillare la sua stessa tesi, l’infallibilità della magistratura, portando davanti al Tar del Lazio la delibera con cui il plenum del Csm – presieduto, lo ricordiamo, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella – lo ha dichiarato decaduto dalla carica di togato perché ha 70 anni ed è andato in pensione. Tradito perfino dai suoi, come il suo figlioccio Antonino Di Matteo, icona antimafia in rotta con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per una poltrona al Dap.
C’è un precedente che gli dà torto, e se avesse ragione? Per il verdetto ci vorrà un bel po’ perché il Tar del Lazio ha annunciato che sulla richiesta di sospensiva della delibera del Csm deciderà in composizione collegiale, non monocratica, adottata a seguito di una camera di consiglio, alla presenza delle parti, nelle prossime settimane.
Lui non sarà d’accordo ma il tempo e il contraddittorio tra le parti non sono i nemici della giustizia. I nemici sono altri, e Davigo lo sa benissimo. Negli ultimi 30 anni l’ex magistrato di Mani Pulite ha dettato la linea ai suoi colleghi, si è eretto come baluardo davanti a chi, da Guardasigilli ma anche no, teorizzava la separazione delle carriere, citofonare a Clemente Mastella e Roberto Castelli per crederci. Era un’idea che piaceva a Giovanni Falcone, altra vittima dei giochini del Csm.
Che la giustizia fosse politicizzata, che certi processi fossero istruiti solo per danneggiare i nemici politici dei magistrati, ai lettori del Giornale era chiaro da tempo. Lo sa bene anche il numero due di Palazzo de’ Marescialli David Ermini, ex renziano in quota Pd come Cosimo Ferri e Luca Lotti, anche loro nei guai per le nomine al Csm. Alle Iene ieri sera imbarazzato ha smangiucchiato qualche risposta davanti alle domande di Antonino Monteleone. Per tutti gli altri c’è voluto il verminaio innescato dall’inchiesta sull’ex leader Anm Luca Palamara: giudici e magistrati si scambiano favori perché dagli uni dipendono le carriere degli altri. Palamara era lì a dirigere il traffico, a spartirsi procure e tribunali seguendo il Cencelli delle toghe. Una a Md, una a Unicost eccetera. E altri prima di lui, impuniti. Quello a Palamara – perfetto capro espiatorio di un sistema che preferisce sacrificarne uno per salvarne cento – è il processo al peccato originale della magistratura al quale Davigo avrebbe tanto voluto partecipare. Maledetta anagrafe contro cui non c’è appello…



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