Il Dpcm è già scolorito. L’ira dei governatori: “Basato su dati vecchi”

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I colori del semaforo anti Covid sono già sbiaditi. È la più seria delle contestazioni mosse dai governatori al governo. Com’è noto, il cuore del Dpcm è la mappa elaborata dagli scienziati del Cts che classifica il grado di rischio di ogni area del Paese. Il problema è che quella mappa si basa sui dati del 25 ottobre. I tecnici delineano le tendenze del contagio con un report settimanale, per avere una prospettiva non troppo influenzata dalle oscillazioni quotidiane legate anche all’andamento dei tamponi. Il risultato paradossale è che, di rinvio in rinvio, il Dpcm entrerà in vigore oggi nelle regioni classificate come rosse ma sulla base di dati superati. E proprio per oggi è atteso l’aggiornamento periodico del report.

Il risultato è paradossale: chi vive in regioni a rischio minore, giallo o arancione, potrebbe aver esultato troppo presto. Se i dati peggiorano, in base al Dpcm il semaforo può salire di tono immediatamente. Al contrario, il decreto prevede che una regione dichiarata rossa possa venire declassificata al rischio più basso solo dopo 14 giorni.

Dunque Lombardia, Piemonte, Calabria e Val d’Aosta potrebbero essere finite nella «trappola» del Dpcm in base alla situazione del 25 ottobre e restarci confinate fino a oltre la metà di novembre.

Il primo governatore a segnalare questa anomalia è stato il piemontese Alberto Cirio, seguito da Attilio Fontana: «Comunicare all’ora di cena che la nostra regione è relegata in fascia rossa senza una motivazione valida e credibile -attacca il presidente della Lombardia- non solo è grave, ma anche inaccettabile. A rendere ancor più incomprensibile questa decisione del Governo sono i dati attraverso i quali viene adottata: informazioni vecchie di dieci giorni che non tengono conto dell’attuale situazione epidemiologica».

Il ministro della Salute respinge le accuse ricordando che «nella cabina di regia ci sono tre rappresentanti indicati dalle Regioni». «È surreale -accusa Roberto Speranza- che invece di assumersi la propria parte di responsabilità ci sia chi faccia finta di ignorare la gravità dei dati». «La storia dei tre rappresentanti -replica il presidente dell’Abruzzo Marco Marsilio- è la foglia di fico del governo. Sono tecnici e fanno la loro parte ma noi chiediamo altro: vorremmo semplicemente la possibilità di un confronto con la Regione interessata prima di prendere decisioni che impattano gravemente, non necessariamente per confutarle, ma anche per condividerle».

Anche nella maggioranza c’è chi, come Italia viva, ma anche esponenti locali del Pd, chiede maggiore chiarezza sui dati. Giuseppe Conte del resto non ha mai brillato per trasparenza: nella prima fase ci volle il ricorso della Fondazione Einaudi per costringerlo a tirar fuori i verbali del Cts. Il premier ora dice di aver chiesto all’Istituto superiore di sanità di rendere accessibili i dati. Vedremo. Al momento, l’opacità delle decisioni genera ogni tipo di sospetto. «Tutte le zone penalizzate -dice il governatore siciliano Nello Musumeci- sono regioni che appartengono al centrodestra: non ho la certezza, ma il sospetto sì».

Senza trasparenze e con un sistema di valutazione articolato in 21 voci, dall’indice di contagio Rt alla disponibilità di posti in terapia intensiva, certe scelte sono ardue da capire. La Sicilia ad esempio ha un Rt di 1,4 inferiore ad altre 16 regioni, ma è in zona arancione. A penalizzarla sarebbe il minor numeri di tamponi. Ma sono ipotesi. Un po’ poco per digerire restrizioni della libertà.



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