I soliti grillini pure sul Mes tante parole e poi la resa. Ma Giuseppi rischia ancora

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Sfrondata la fronda, limata la risoluzione, pericolo scampato sul Mes. Restano le bizze dei renziani sul Recovery Plan. Sulla riforma dell’ex Fondo Salva Stati la fumata bianca arriva nel tardo pomeriggio. Dopo due giornate di passione nel M5s e una limatura del testo all’ultimo miglio con gli altri partner della maggioranza. Italia Viva nella serata di martedì boccia il documento provvisorio concordato da Cinque Stelle, Pd e Leu, ma si accoda il giorno successivo. Un’approvazione con riserva. Perché i capigruppo di Iv firmeranno la risoluzione soltanto oggi, dopo aver ascoltato le comunicazioni del premier Giuseppe Conte in Aula. Per i renziani sarà «determinante» il contenuto del discorso di Conte al Senato. Incassato comunque il sostanziale via libera politico alla risoluzione di maggioranza. Un accordo che è arrivato dopo un percorso tormentato fino alle battute finali. Con «una discussione accesa tra M5s e Pd» durante il confronto decisivo dei capigruppo, stando a quanto trapela da fonti del partito guidato da Matteo Renzi. Dal governo filtra invece la formula di rito di «un accordo soddisfacente per tutti i gruppi». Renzi ostenta calma: «Sia alla Camera che al Senato ci saranno i voti per sostenere il Governo, non vedo particolari elementi di tensione». Batte cassa l’ex capo politico del M5s Luigi Di Maio. Che ancora prima della comunicazione dell’intesa raggiunta aveva continuato a sferzare i riottosi del Movimento. «È un bene che si stia andando verso un punto di caduta nel M5s a proposito del voto di domani, come ho ribadito più volte, il No all’utilizzo del Mes resta fermo, ma il voto di domani sarà un voto sul governo, su una risoluzione, sul presidente del Consiglio», così Di Maio in una nota. E l’arma del referendum su Conte ha funzionato nel condizionare gli equilibri nel M5s. Come riportato ieri dal Giornale, il ministro degli Esteri, in caso di «incidente parlamentare», sarebbe stato pronto ad addossare la colpa ad Alessandro Di Battista e ai suoi. Infatti Dibba fiuta la trappola e gioca un ruolo nel far rientrare nei ranghi alcuni dei ribelli.

Tra di loro l’ex ministro Barbara Lezzi. La conversione arriva in mattinata. «Ho trascorso due intere giornate insieme ad altri 60 parlamentari per mediare le posizioni, per trovare un punto di caduta e per fare in modo di non essere ricordati come coloro che hanno peggiorato uno strumento già pessimo senza aver avuto nulla in cambio a tutela dei cittadini», scrive Lezzi in un post su Facebook in risposta a un editoriale del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Ed ecco il punto di caduta: «È venuta fuori una risoluzione che non è quella ideale ma, almeno, rivendica il ruolo del Parlamento in sede di ratifica e avverte che non sarà disposto al voto finale se non ci sarà l’avanzamento significativo del resto del pacchetto di riforme». La «logica di pacchetto» invocata da alcuni dei ribelli per deporre l’ascia di guerra. Logica citata in un passaggio della bozza di risoluzione: «Questa riforma non può considerarsi conclusiva, vista la logica di pacchetto già ribadita dal Parlamento, proprio alla luce delle ultime scelte realizzate in seno alla Ue che descrivono una nuova stagione di necessarie modifiche». Inoltre nel testo viene ribadito l’obbligo di un voto parlamentare nel caso il governo decidesse di attivare il Mes. Restano però cinque – sei voti in ballo nel M5s. Più eventuali uscite dall’Aula che però non influiranno sul pallottoliere. Rivendicano ancora la linea dura i senatori Mattia Crucioli, Bianca Granato, Orietta Vanin.

Nonostante 48 ore di convulsioni grilline, da Palazzo Chigi è sempre continuato a filtrare ottimismo. Innanzitutto perché si tratta di una votazione a maggioranza relativa, come puntualizzato negli scorsi giorni dal deputato del Pd Stefano Ceccanti. E poi perché la maggioranza si aspetta il soccorso di una dozzina circa di «responsabili», pescati tra senatori a vita, centristi, Azione, Più Europa e Gruppo Misto. Scampato pericolo.



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