I nostri debiti coi signori della guerra

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Dai pescatori rilasciati in Libia, all’umanitaria convertita all’Islam liberata in Somalia fino al missionario e il turista fai da te ostaggi in Mali tornati a casa, l’Italia gira sempre con il capello in mano chiedendo aiuto a qualcuno, che prima o dopo pretenderà qualcosa in cambio. Mai che ci sfiorasse l’idea di usare i corpi speciali, addestrati apposta, come fanno gli americani per recuperare i sequestrati senza chiedere favori «indebitandoci» con potenze, piccole o grandi, spesso «discutibili». E questa volta bastava la Marina per sventare subito il sequestro. Oppure lasciare veramente mano libera ai servizi evitando di impelagare la politica che poi fa figuracce sottomettendosi ai signori della guerra come nel caso libico. Proprio per liberare i pescatori lo stesso titolare della Farnesina aveva ripetutamente sostenuto che l’Italia stava chiedendo aiuto a tutti i padrini del generale Haftar. Il meno peggio è la Grecia, che ci ha aiutato nella mediazione, ma ci sono i francesi, i russi, gli egiziani e gli sceicchi degli Emirati arabi. Se ci ha dato una mano anche l’ex generale oggi presidente Al Sisi sarebbe paradossale. Proprio con lui sta diventando sempre più critico il braccio di ferro sul caso Regeni. I greci, oppure russi o francesi, hanno ottenuto, attraverso la visita del nostro duetto governativo, di far resuscitare Haftar a livello di immagine interna e internazionale. Ben peggio gli Emirati citati come amici che potevano risolvere il caso. Proprio loro soffiano sul fuoco e sono pronti a concedere ancora più appoggio militare ad Haftar se, come sembra, stia meditando di lanciare un secondo round di guerra in Libia. Non siamo nuovi ad accettare aiuti imbarazzanti, come è capitato con Silvia Romano liberata in Somalia grazie ai contatti e alla stretta collaborazione del Mit, i servizi segreti di Ankara. Per metterci il cappello l’agenzia di stato turca, forse manipolando la foto, aveva addirittura fatto girare l’immagine di Silvia sorridente appena rilasciata con addosso un giubbotto antiproiettile e il simbolo della mezzaluna con la stella. Almeno in Mali era stato un «cadeau» francese la liberazione di padre Pier Luigi Macalli e Nicola Chiacchio, ostaggi italiani nelle grinfie della costola locale di Al Qaida. Non proprio un «regalo» gratuito, ma che derivava dall’impegno del nostro paese nella Task force Takuba, una nuova missione a guida francese proprio in Mali e negli altri paesi dell’area infestati dal terrorismo jihadista. Nelle situazioni critiche in giro per il mondo, anche se siamo un grande Paese, sembriamo sempre in debito o in retroguardia. L’esempio simbolico è la nave della Marina militare che adesso scorta i pescherecci liberati verso la Sicilia, ma 109 giorni fa si è ben guardata di lanciare un’operazione muscolare, che poteva evitare il sequestro e la figuraccia politica.



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