“Ho chiesto se ti intervistano”. Così è nata la stella Crisanti

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Ormai siede di diritto nell’Olimpo dei virologi italiani, in buona compagnia di molti altri. Ma la notorietà di Andrea Crisanti è stata meno fulminea di quelle che hanno investito i suoi illustri colleghi. In principio era Roberto Burioni, oracolo delle tv, poi sono arrivati Gismondo, Bassetti, Galli, tanti altri. E anche Crisanti. Noto ai più come il padre del “metodo Vo’”, per diverso tempo è stato elogiato per i suoi indiscutibili successi: aver ideato lo “studio” di due tamponi su Vo’, aver scovato una macchina in grado di processare 9mila tamponi al giorno, aver avvertito tutti sul pericolo dei sintomatici. Per qualche tempo virologo di riferimento del Veneto a trazione leghista, ora viene ripudiato ed è in guerra aperta con governatore e sanità veneta. Tensioni che arrivano da lontano, ma che nelle fasi più critiche dell’epidemia di marzo sembravano del tutto superate.

Lo dimostrano le conversazioni tra Crisanti e Luca Zaia avvenute tra l’8 e l’11 marzo, come riportato nel Libro nero del coronavirus. In quei giorni (leggi qui) Crisanti sta analizzando i dati emersi dal secondo giro di test nel piccolo paesino sui colli euganei ed è convinto di poter suggerire al governatore una strategia di screening in tutta la regione così da poter spegnere il virus “senza necessariamente chiudere tutto”. Lunedì 9 marzo, dopo aver ricevuto una anticipazione “in via confidenziale” sui risultati di Vo’, Zaia informa il direttore di Microbiologia dell’Università di Padova di aver chiesto ai giornali di intervistarlo. E infatti il giorno successivo sul Corriere della Sera appare una chiacchierata col professore dal titolo: “Tamponi di massa nelle zone focolaio, c’è poco tempo”. Non è la prima intervista concessa, Crisanti era apparso già in tv. Ma è dalla fine del tracciamento su Vo’ (pagato dalla Regione Veneto, va detto) che la sua popolarità cresce. Finché quasi tutti in Italia non solo riconosceranno la validità del “metodo Vo’”, ma lo attribuiranno in pratica tutto alle sue idee. Facendo scatenare le ire di molti nella sanità veneta.

I primi scontri erano emersi già a inizio febbraio. Crisanti aveva invitato studenti, ricercatori e professori padovani di rientro dalla Cina a sottoporsi al test, anche se asintomatici. Una rivoluzione in quel momento, visto che nessuno si sognava di farlo e pure le direttive del ministero lo sconsigliavano. La notizia era arrivata ai giornali, poi ai colleghi, infine alle orecchie del direttore generale Domenico Mantoan, che l’11 febbraio aveva inviato una missiva a Crisanti per chiedergli “sulla base di quali indicazioni ministeriali, o internazionale, si sia ipotizzata tale scelta di sanità pubblica”. Crisanti aveva risposto a stretto giro con – ammetterà poi – una “piccola bugia”. Lo scontro aveva sfiorato la politica, con proteste del M5S e risposte della Regione. Poi tutto si era sopito nel nome della guerra ai primi focolai. Crisanti e Zaia dal 21 febbraio in poi appaiono insieme in servizi televisivi, non mancano elogi reciproci, nessuno mette in dubbio le qualità dell’altro. Fino a maggio.

Con il calo dei contagi riemergono i dissidi, come aveva raccontato dal Giornale.it. L’eccessiva esposizione di Crisanti, le interviste di Zaia in cui assegna al dipartimento di prevenzione il merito del miracolo Veneto, le risposte del professore, le nuove interviste. Scontri, litigi, intrighi. A maggio, pur sussurrando coi cronisti, Crisanti è ancora convinto di poter ricucire (“non mi faccia litigare con loro, ci devo lavorare con loro”). Poi però la corda si spezza del tutto. Zaia per un certo periodo cerca di mediare tra i due “cavalli di razza” (Francesca Russo, direttrice della prevenzione, e Crisanti). Poi si schiera con la sua sanità. Il resto della storia è un continuo pizzicarsi a distanza. In campagna elettorale Pd e M5S ne sfruttano la notorietà per provare a mettere (inutilmente) qualche bastone tra le ruote al Presidente. Da sinistra suggeriscono di farlo “almeno commissario all’emergenza”. Qualcuno suggerisce addirittura di assegnargli il Leone d’Oro, dopo che Padova gli aveva consegnato il sigillo della città. Ma per Zaia a quel punto il professore è solo un ricordo del passato.

Di tensione ne nascono via via anche con i colleghi del Comitato tecnico scientifico regionale. La disfida degli “zanzarologi” con Palù, la lettera al veleno di Francesca Russo per “smontare” la ricerca pubblicata su Nature da Crisanti, la lite estiva sull’”indebolimento del grado di infettività” del coronavirus con il coordinatore delle microbiologie regionali Roberto Rigoli (“Solo chiacchiere”). Zaia sa, e ci tiene a sottolinearlo, che buona parte del successo del “metodo Veneto” è da ascrivere alle sue decisioni di ordinare il primo giro di tamponi di massa a Vo’ e di chiudere l’ospedale di Schiavonia. E poi ci sono i meriti da distribuire alla squadra (“Crisanti è arrivato dopo, ma noi eravamo pronti da un mese”). Il professore dal canto suo rivendica (leggi qui) la paternità di uno screening di massa che ufficialmente, in Veneto, arriverà solo dopo le sue proposte inviate direttamente al governatore. Posizioni in teoria conciliabili in un “bravi tutti” Ma ormai manca reciproca fiducia. Quando il vaso si rompe ricomporre i cocci è pressoché impossibile.



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