Fiducia farlocca. L’opposizione ora può vincere

In fondo battaglie comuni contro un governo fragile e messo insieme con i pezzetti di altri gruppi da somigliare a Frankenstein, l’opposizione e la semi-opposizione renziana, le possono fare. Ieri mattina Matteo Renzi si è sentito al telefono sia con Silvio Berlusconi, sia con Matteo Salvini. Il primo gli ha fatto un appunto: «Non dovevi astenerti, ma votare contro il governo». L’altro gli ha spiegato: «Rischiavo di perdere qualcuno dei miei». Ma il passato è passato anche perché il calendario dà già l’occasione per una battaglia da affrontare insieme su uno dei punti nevralgici della maggioranza giallorossa, quella cultura giustizialista o, comunque, poco garantista che la coniuga naturalmente con le due anime più interventiste della magistratura, i figli delle toghe rosse e del rito davighiano. Palamara docet. La prossima settimana al Senato, infatti, ci saranno le comunicazioni del Guardasigilli, Alfonso Bonafede, devoto fan del protagonismo della magistratura e beniamino del pretoriano del governo e profeta del giustizialismo italiano, Tigellino-Travaglio. L’occasione è ghiotta perché è incentrata su un valore, il garantismo, che mette in evidenza le contraddizioni tra i grillini e un pezzo importante del Pd, ma, soprattutto, marca la distanza tra questa maggioranza e quei mondi moderati che dovrebbero comporre la «quarta gamba» in cantiere, i cosiddetti «costruttori». Bonafede all’inizio dell’estate si salvò per il rotto della cuffia, graziato da Renzi, che ancora mastica amaro per aver perso quell’occasione. «Ora voglio vedere ha confidato ai suoi il leader di Italia Viva – come si salva?! Voglio vedere se la Mariarosaria Rossi, che ha avuto a che fare con una certa magistratura, vota per lui. Oppure se il garantista Nencini avrà il coraggio di farlo. Certo si può tutto, ma c’è pure il pudore». Che il suo pupillo sia in pericolo lo ha capito pure Conte, che, infatti, sta meditando l’idea di spostare Bonafede da Guardasigilli a sottosegretario per i servizi segreti. Peggio mi sento.

Di vicende del genere nei prossimi mesi ne usciranno una al giorno. C’è Bonafede, ma anche, ad esempio, Roccobello Casalino, il portavoce del premier, che sarà ascoltato al Copasir per la diffusione della sua «geolocalizzazione» nell’ultimo incontro in Libia con il generale Haftar. E in ogni occasione si scoprirà che la maggioranza manca e per garantirsela il Premier sarà costretto a mettere da parte i toni marziali e a ripetere il lamento che ha caratterizzato i suoi interventi alle Camere: «Help me!». Al premier lo ha fatto notare ieri anche il Capo dello Stato nell’incontro al Quirinale. Quel 156 a 156 del Senato significa in termini teorici che se i renziani avessero votato contro, il governo sarebbe caduto perché in caso di parità a Palazzo Madama prevale il No. Di più se la stessa votazione fosse avvenuta tre anni fa, prima della riforma del regolamento, l’esecutivo sarebbe andato a casa, perché l’astensione all’epoca era considerata voto contrario. Ancora: la percentuale di voti che sono mancati a Conte al Senato per avere la maggioranza assoluta è stata dell1,8%, la stessa identica che mancò a Berlusconi alla Camera al suo quarto Governo per la quale Pierlugi Bersani si alzò in aula per dire «caro Presidente del consiglio il Paese non la vuole» e Napolitano pretese le sue dimissioni. Anzi, per alcuni versi, Conte sulla carta sta peggio perché tra le sue file ci sono tre senatori a vita che, come si sa, sono poco presenti nell’Aula di Palazzo Madama e nel lavoro delle commissioni ancor meno. Addirittura con questi numeri il Governo ha problemi pure a Montecitorio. Racconta il forzista Nicola Sisto: «Alla commissione Affari Istituzionali della Camera con l’aggiunta di Italia Viva abbiamo gli stessi voti della maggioranza, per cui se ci opponiamo non passa nulla».

Diciamoci la verità, se un governo del genere guidasse una fase normale, sarebbe solo un altro esempio di politica dello «struzzo», che fa finta di non vedere i problemi. Provarci alle prese con un’epidemia e una crisi economica che vede montare il disagio sociale, sul piano politico è quasi un atto criminale. Di questi limiti sono consapevoli i più avvertiti anche a Palazzo Chigi. Martedì nella «fiducia» al Senato, per avere un voto in più, il ministro per i rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, ha tentato di portare in tutti i modi a votare un senatore grillino che era stato per giorni in ospedale per Covid: solo la fermezza e il senso di responsabilità del medico di Palazzo Madama lo ha impedito. Sono segni di disperazione. Che trapelano anche nel Pd. Ieri sulla prima pagina di Repubblica campeggiava una domanda: Cosa è rimasto del Pci? A vedere come gli eredi di quel partito, che ora hanno in mano il Pd, hanno gestito questa «crisi», si può dire niente. Enrico Berlinguer diceva che l’Italia è un Paese che non si governa con il 51%. «Appunto», si limita a dire con lo sguardo interdetto Matteo Orfini. «Oggi, invece, – ridacchia il siciliano Fausto Raciti proviamo a farlo con un governo di minoranza e con un 38% nei sondaggi». «È vero osserva Piero Fassino all’epoca dicevamo che l’Italia non si può governare con il 51% e c’erano quei partiti radicati, immaginate come si può con i partiti di oggi! Che Dio ce la mandi buona».

Ecco perché il governo le sta provando tutte. Addirittura Conte vuole portare da 65 a 70 i posti nell’esecutivo, per avere più posti da distribuire. Franceschini alza a 170 senatori la soglia minima per garantire un buon governo: troppo alta per essere vera, o è scarso in aritmetica o è un traguardo impossibile per far fallire Conte. Anche perché «i responsabili» sono rari e quelli trovati finora sono stravaganti ed esosi: in un video il grillino Ciampolillo dopo aver votato per il governo ha chiesto il ministero dell’Agricoltura, vuole gestire lui la lotta alla Xylella. La gente seria in Parlamento che abbia un minimo di esperienza scarseggia e, per ora, risponde picche anche ad un corteggiamento asfissiante. «Io confida il leader dell’Udc, Lorenzo Cesa ho bloccato pure WhatsApp. Non capiscono che noi non ci muoviamo». Se Renzi riesce a tenere uniti i suoi, se non perde pezzi, i suoi ex alleati per governare, rischiano di dovergli portare per usare una vecchia battuta di Corrado Guzzanti «l’acqua con le orecchie». «Stanno provando con i miei con le lusinghe e con le poltrone raccontava ieri Renzi ma poi dove vanno? Hanno bisogno dell’appoggio stabile di un pezzo di Forza Italia o di Italia Viva. E noi al Senato siamo compatti, a parte uno».

Così i dubbi aumentano nel pd. Graziano Delrio raccomanda ai deputati di non scrivere post contro Renzi: «Non sappiano ancora come finirà». Franceschini avverte che «i responsabili che trova il Pd non possono poi finire nel partito di Conte». C’è tanta confusione sul domani. «Tempi bui, tempi disastrosi si sfoga un piddino che non ha peli sulla lingua come Luciano Pizzetti -. Tra noi c’è chi è perplesso e chi arriva a preferire Mastella a Renzi. Gli è andata l’acqua nel cervello. Eppoi questo suk istituzionalizzato riduce la politica ad un mercato. Capisco che la morale non deve sovrapporsi alla politica. Ma c’è un limite, non possono neppure divaricarsi troppo».



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