Emorragia di lavoro dalle Pmi In fumo un milione di posti

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Il Covid, ma anche molte scelte politiche per arginarlo, stanno polarizzando ancora di più il Paese tra chi è garantito e chi no. Ci sono le piccole e medie imprese che rischiano di chiudere lasciandosi dietro un milione di posti lavoro (stima rilasciata ieri dai Consulenti del lavoro). Poi ci sono i contratti rinnovati. Gli statali alle prese con possibili aumenti da 112 euro al mese e il blocco dei licenziamenti. Ma anche le vittime della stessa scelta, misurabili attraverso il calo drammatico delle assunzioni registrato ieri dall’Inps (-38%).

Una serie di dati conferma la complessità dell’eredità della pandemia sull’economia italiana. Secondo un’indagine della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro tra l’inizio e la fine del 2020 le piccole e medie imprese potrebbero perdere un milione di posti di lavoro (dato basato su un questionario condotto dalla stessa Fondazione tra fine settembre e metà ottobre tra 5.000 professionisti iscritti all’Ordine su un totale di 26mila).

Gli organici delle Pmi potrebbero contrarsi di circa il 10%. Effetto della crisi «unitamente allo sblocco dei licenziamenti», scrivono i consulenti del lavoro. Il conto è «più pesante delle stime effettuate a inizio pandemia» e «potrebbe ulteriormente aggravarsi con le misure che si stanno adottando in questi ultimi giorni a livello territoriale». Il riferimento è alla chiusura di alberghi e ristoranti, di chi opera nella filiera del tempo libero, della cultura e del commercio.

Non fa cenno al blocco dei licenziamenti l’Inps, ma nell’ultimo Osservatorio sul precariato, l’istituto guidato da Pasquale Tridico, ha certificato un calo drammatico delle assunzioni nei primi sette mesi dell’anno. Sono state 2.919.000, la contrazione rispetto al 2019 è stata del 38%. Calo concentrato nei mesi del lockdown e sulle assunzioni con contratti di lavoro a termine (intermittenti, somministrati, a tempo determinato). Difficile non considerare tra le cause anche la decisione di bloccare i licenziamenti per motivi economici. Anche se, secondo i sindacati, senza il blocco (che sarà confermato fino a gennaio 2021) il conto sarebbe stato ancora più pesante. Sulle imprese, in particolare quelle più piccole pesa la ripresa dei contagi. L’indagine dei Consulenti del lavoro ha fatto in tempo a registrala solo in parte, ma è già possibile stimare che l’escalation dei contagi, pur in assenza di un lockdown, possa portare alla chiusura 2 imprese su 10 tra quelle ad oggi aperte. Il 31,8% dei consulenti del lavoro individua tra il 10 e 20% la quota di imprese che potrebbero interrompere la propria attività a seguito di un nuovo picco pandemico e di un inasprimento delle misure restrittive. La situazione è molto differenziata a livello geografico. Rispetto alla prima ondata sarà il Sud a pagare il costo maggiore. Tra le principali preoccupazioni degli imprenditori per i prossimi mesi, le misure di prevenzione per evitare i contagi tra il personale (per il 37,2%) e, soprattutto, le procedure per la cassa integrazione, indicata come principale criticità da affrontare nelle prossime settimane dal 62,8%.

A questo proposito la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro Marina Calderone, ha auspicato, «tenuto conto dell’esperienza fatta in questi mesi» una semplificazione del sistema, utilizzando «un ammortizzatore sociale unico. Soprattutto se ci fosse un nuovo lockdown, che aumenterebbe le richieste in contemporanea».



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