Dietro tante parole si nasconde il nulla

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Il Recovery Plan è un ottimo documento per capire in concreto quale sia l’origine dei problemi del Paese, la causa di quel disastro che siamo diventati, che la pandemia ha solo fatto uscire da sotto al tappeto, ma affonda le sue radici in una cultura pubblica debole, inadatta a progettare e realizzare niente.

Un documento di una debolezza intrinseca sorprendente, se non avessimo ormai esaurito la credulità. Non c’è un obiettivo che sia uno. Non c’è un risultato positivo neanche a cercarlo tra le righe. Intanto sono 172 pagine, troppe per non intuire subito che servano solo a nascondere il nulla, quello che manca. Tonnellate di parole su tutto, su come rendere il Paese un luogo migliore, più giusto, più salubre, più equo e più competitivo. Ma senza alcun indicatore che fissi obiettivi misurabili, per controllare i risultati, senza i quali l’intero piano è una gigantesca lettera a Babbo Natale: prometto di fare il bravo bambino. Migliorare la giustizia civile è sacrosanto, ma com’è possibile che dal Ministero di Grazia e Giustizia non sia arrivata una tabella con tanto per dire i giorni medi per una sentenza di I grado, la percentuale di sentenze riformate in appello, il numero medio di sentenze annue per magistrato, con percentuale di quanti sono sopra e quanti sotto media? Questo sarebbe un piano. A questo dovrebbero servire gli eserciti di burocrati che affollano i ministeri. Un’azienda nel privato funziona così e lo scrive in poche pagine. Il senso alto della politica è proprio di confrontarsi su come e quanto incidere e su che cosa.

Invece, la nostra miserabile politica, con dentro tutti maggioranza e opposizione, si concentra in via esclusiva su quanti soldi spendere sulla giustizia, quanti sul turismo e così via. Duecento miliardi ripartiti in tabelle e tabelline molto dettagliate. Evidentemente, lo scopo è chiarire bene quanto andrà a Tizio e quanto a Caio. Quando saranno finiti, ci troveremo dove siamo adesso in termini assoluti, ma ben più indietro in termini relativi, poiché nel frattempo gli altri avranno investito per aggiustare e migliorare. Più turisti andranno altrove e quelli che verranno spenderanno la metà di quanto potrebbero se noi fossimo bravi a stimolarli. Più aziende andranno dove la giustizia funziona e i trasporti pure, l’energia costa meno e i tempi della burocrazia si contano in mesi anziché in anni. Per soprammercato, ci troveremo con 140 miliardi di debito in più, questi pure bene e crudelmente illustrati nel piano.

Denunciare questa incapacità è tanto facile quanto inutile. La verità è che hanno ragione loro, senza discussione. Perché noi come popolo questo vogliamo e questo abbiamo. Se politici e burocrati sono il sintomo, noi siamo la malattia. Noi vogliamo soldi da spendere, a me più che a te. Di investire sul futuro non ci interessa, un po’ perché siamo vecchi e un po’ perché non c’è stato insegnato che possiamo cambiarlo. Nella valle di lacrime al massimo arraffiamo quel che si può, qui e adesso: chi vuol esser lieto sia. I nostri figli? Li colmiamo di affetto e attenzioni, ma non investiamo su di loro e sul loro futuro perché non ci crediamo.

È una democrazia e il popolo parla, anche quando sta zitto o pratica il suo sport preferito: dare addosso al Governo attraverso il giornalista del cuore, che liscia i nostri e picchia gli avversari, riducendo tutto a chi segna di più. Tanto è un gioco. Se non lo fosse, se facessimo sul serio, avremmo intere trasmissioni dedicate a parlare del vuoto, di quello che il Recovery Plan non è, di come progetta di dilapidare i soldi dei nostri figli.



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