Dietro i tanti tentennamenti di Giuseppi la voglia di fondare un proprio partito

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Un po’ come ne Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, in pochi mesi Giuseppe Conte si è andato trasformando dal più strenuo sostenitore di quelle misure anti-Covid che sono poi sfociate nel lockdown a ostinato scettico della linea rigorista. Una sorta di mutazione genetica tra la prima e la seconda ondata, ancor più singolare se si ripensa a quante volte il premier ha sottolineato come l’Italia abbia avuto per in prima in Europa la forza di «mettere in campo misure senza precedenti» sulle quali gli altri partner europei non hanno potuto che seguire. Il Conte-dottor Jekyll del 10 marzo, però, si è oggi trasformato nel Conte-signor Hyde che ha litigato per settimane con i ministri di Pd e Leu (dal capo delegazione dem Dario Franceschini a Francesco Boccia e Roberto Speranza) che chiedevano, inascoltati, misure drastiche. È finita come sappiamo, con due Dpcm in una settimana, a conferma che il primo provvedimento era ampiamente insufficiente già nel giorno in cui fu varato. E non era altro che il tentativo del premier frenatore di evitare una stretta che oggi – dopo un’estate di completo immobilismo da parte del governo – i cittadini faticano ad accettare. D’altra parte, a marzo il Covid arrivò come uno tsunami inaspettato, mentre oggi il suo ritorno era, per usare il gergo calcistico, ampiamente telefonato. E la ragione dei tentennamenti dell’autoproclamato «avvocato del popolo» – ne sono sicuri, per esempio, in casa Pd – sta nel fatto che la bussola del premier ha ormai un Nord che si chiama consenso. Chiudere è impopolare e Conte, non solo per vanità, non vuole essere additato come il responsabile di misure draconiane. Neanche se sollecitate dal Comitato tecnico scientifico, nemmeno se caldeggiate dal Pd. Così si è perso tempo e ci si è mossi a tentoni, nella speranza di galleggiare. D’altra parte, il premier è abilissimo in questa particolare disciplina che, ci mancherebbe, in politica è un’abilità non necessariamente negativa. Chi, se non un provetto pattinatore, sarebbe infatti riuscito nel giro di soli due anni ad essere premier prima di un governo M5s-Lega e poi M5s-Pd?

Il gran barcamenarsi di Conte e il suo muoversi anche in base alle indicazioni che arrivano dai sondaggi di queste settimane, sarebbe – questo pensano molti big dem – la conferma della sua volontà di scendere direttamente in politica alle prossime elezioni. Chi più di un premier lontano dai partiti – e che ci ha sempre tenuto a sottolineare la sua estraneità finanche a quel M5s che lo ha indicato e voluto a Palazzo Chigi – avrebbe potuto permettersi di muoversi fuori dalle logiche del consenso? E invece il premier si è comportato come un capo corrente qualsiasi, frenando a ogni occasione utile. Alla stregua di quanto fatto da Matteo Renzi, che ora scopre di non gradire granché il Dpcm e ne chiede la modifica. Ecco, Conte non è arrivato a tanto, che già è ridicolo si esponga fino a tal punto il leader di un partito di governo e certo sarebbe surreale lo facesse il premier. Ma nel chiuso delle riunioni a Palazzo Chigi, nei tanti vertici e nei molti confronti con i tecnici del Comitato scientifico, il premier ha teorizzato esattamente lo stesso scetticismo, imprimendo – nei fatti – una brusca frenata alle misure anti contagio e dando all’esterno la percezione di un esecutivo tentennante e indeciso.

Colpa, probabilmente, delle nuove priorità del Conte-signor Hyde, quello che magari ha ancora sulla sua scrivania la rilevazione Agi/Youtrend della prima settimana di ottobre. In caso di elezioni politiche, un’ipotetica lista del premier era infatti data all’11,5%. Un risultato di tutto rispetto, anche perché una discesa in campo di Conte in solitaria rosicchierebbe consensi sia al Pd (quotato in questo scenario al 15,6) che al M5s (dato al 12,3).

Ma questo succedeva prima di farsi trovare completamente impreparati davanti alla seconda ondata. Insomma, una vita fa.



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