Dal Lingotto alle saline, se il turismo è “industriale”

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 JACOPO IBELLO, ‘GUIDA AL TURISMO INDUSTRIALE’ (MORELLINI, PP 288, EURO 17,90). Dal distretto dell’automobile torinese, con la rampa del Lingotto opera di Giacomo Mattè-Trucco diventata subito un’icona almeno quanto le Balilla e Topolino che sfornava, alle Saline di Marsala e Trapani, dove il sale siciliano viene “rubato” al mare. E poi il Birrificio Peroni, nel cuore della Capitale, che oggi ospita il Museo d’arte contemporanea del Comune di Roma, nel nuovo restyling firmato dall’archistar come Odile Decq. E ancora le cave di marmo di Carrara (MS) o la Laveria Lamarmora a Iglesias (SU), nella Sardegna mineraria, da visitare al calar del sole, quando la luce si riflette sulle pietre e sul mare azzurro e sullo sfondo si staglia il faraglione del Pan di Zucchero.
    È l’Italia delle grandi opere industriali e delle infrastrutture che hanno traghettato un Paese verso il futuro, esempio di tecnica e progresso di un’intera epoca. Ma anche vere e proprie mete per viaggiatori e appassionati, come si (ri)scopre sfogliando la ‘Guida al turismo industriale’, uscita per Morellini editore, firmata da Jacopo Ibello, cofondatore e presidente dell’associazione Save Industrial Heritage e membro del direttivo dell’AIPAI, l’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale.
    Da sfogliare sul divano oltre che utile per pianficare gite quando si potrà nuovamente circolare liberamente, il volume è un viaggio in Italia alla scoperta di città, siti, musei e fondazioni riconducibili alla civiltà industriale, per sperimentare un Paese diverso dall’immagine che comunemente ne abbiamo.
    Dal Piemonte alla Sardegna, con quasi 300 schede illustrate, suddivise per regioni e aree geografiche e con informazioni di servizio utili per la visita (giorni e orari di apertura, costi, telefono, sito) più una sezione eventi, si snoda tra siti eccellenti e meno noti, archeologia industriale con fabbriche dismesse o riconvertite a nuove funzioni fino alle nuove forme di cultura d’impresa, con musei, archivi aziendali e visite all’interno di impianti ancora attivi.
    Un viaggio che in se’ racconta anche lo stretto legame tra le produzioni di ogni tipo e i territori e le culture di appartenenza, come nel caso dal distretto dell’automobile che ha regalato una nuova fisionomia all’aristocratica Torino barocca, le officine marittime o le grandi dighe che hanno portato nuova vita a valli e pianure, ma anche disseminato morte come la Diga del Gleno, nella bergamasca, spesso nota come “l’altro Vajont”.
    E poi gli esempi industriali “illuminati” come il caso Olivetti o le produzioni autoctone, dai confetti di Sulmona, al marmo toscano, la liquirizia calabrese o lo zolfo siciliano. Tanti gli impianti oggi riconvertiti a luoghi della cultura, dove sono ospitate mostre d’arte, eventi, spettacoli. Ne sono un esempio il Villaggio ENI a Borca di Cadore, la Fondazione Pirelli o, ancora, l’avveniristica Mast – Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia di Bologna.
    Lettura a parte meritano, però, treni, stazioni e ferrovie, tutti nati già con l’idea del viaggio, che fosse di merci o persone, e che parte fondamentale hanno avuto all’inizio del Novecento proprio nel boom del turismo in Italia. Si va dalla Stazione Centrale di Milano, monumentale mix di Art déco, Liberty e retorica fascista progettato da Ulisse Stacchini e inaugurato nel 1931, con il Memoriale della Shoah al Binario 21; alla meno nota Transiberiana d’Italia, che con quel nome un po’ ambizioso va da Sulmona a Isernia. Al tempo d’importanza vitale per collegare i paesi della Majella e dell’Alto Molise, oggi è pura ferrovia turistica, con storici convogli trainati da locomotive a vapore, per un viaggio all’indietro nel tempo inerpicandosi oltre i 1200 metri. Con panorami mozzafiato che, sì, d’inverno ricordano davvero quelli tipici di latitudini molto lontane. (ANSA).
   


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