Conte minaccia il Paese con altri lockdown: “Pronti a intervenire”

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E cco Conte professor Giuseppe che si presenta alla Camera e avverte tutti che siamo nei guai. I numeri della seconda ondata «preoccupano», la situazione sanitaria «non è come a marzo però è comunque critica» e quindi «siamo pronti a intervenire se necessario». Chissà se è lo stesso Giuseppe Conte che mercoledì al Senato ha escluso nuovi lockdown e ha chiesto «sacrifici agli italiani» per evitare «misure più gravose». Sì, è sempre lui. Ma in 24 ore è cambiato tutto. Lo scenario politico ed epidemiologico, la percezione del rischio, la paura del contagio, che sta superando la rabbia per le ripercussioni economiche della stretta. Il premier è stato costretto ad aggiornare il discorso: ci sarà da soffrire.

A Montecitorio, di fronte ad appena un centinaio di deputati, va in scena il paradosso di un presidente del Consiglio che illustra un decreto varato a fatica quatto giorni prima senza confronto parlamentare ma già superato dai fatti. Insomma si discute nel nulla o poco più, cioè dell’undicesimo Dpcm sulle piazze della movida che non si sa chi deve sgombrare, mentre pare che a Palazzo Chigi per richiudere il Paese aspettino solo che i contagi giornalieri superino quota ventimila e i posti in terapia intensiva arrivino a 2300. L’ala rigorista del governo sta prendendo il sopravvento.

Così Conte cammina su un terreno molto scivoloso, stretto tra due esigenze contrapposte, e fatica a tenere la linea del rinvio costante, che è la cifra del suo esecutivo. Eppure, racconta nell’ultimo libro di Bruno Vespa, «io non galleggio, anzi mi danno del decisionista, anche se le scelte sono sempre frutto di una valutazione collegiale; e come dice Nicola Zingaretti non possiamo tirare a campare fino all’elezione del prossimo capo dello Stato». Quanto al futuro, «non penso affatto a un mio partito e non ho ancora sentito traballare la sedia. Ma la valigia è pronta».

Intanto è alle prese con l’equazione impossibile. «Siamo costretti a una sofferta operazione di bilanciamento tra diritti e libertà fondamentali, con l’obbiettivo di trovare il punto di equilibrio». Siamo ancora «dentro la pandemia», spiega nella sua informativa, quindi è necessario «rimanere vigili, prudenti» e pure «flessibili». Nei giorni scorsi ha cercato di suddividere il peso di scelte impopolari, coinvolgendo i sindaci, che si sono ribellati un po’, e i governatori, ai quali invece non è parso vero. L’intervento che ne è uscito fuori, timido e a macchia d’olio, non è giudicato risolutivo dagli esperti. Il comitato chiede provvedimenti più incisivi.

Senza contare il senso di anarchia generale. Ognuno va per conto suo, così non può funzionare. Il premier se ne rende conto. «Molte Regioni hanno attivato misure più restrittive. Ritengo fondamentale il massimo collegamento tra i diversi livelli di governo secondo il metodo della collegialità e alla condivisione». Basta fughe in avantI, le decisioni «devono preservare omogeneità e di coerenza, affinché non si smarrisca la ratio unitaria dell’intervento».

Peccato che proprio Conte si sia distinto per le sue scelte (o non scelte) in solitaria. E mentre parla alla Camera già si ipotizzano le nuove strette di domenica. In bilico palestre e piscine, risparmiate la settimana scorsa. Sicuro un altro giro di vite sulla sfera delle relazioni sociali e ricreative, cioè bar, ristoranti e cinema. E l’appello del premier a «evitare spostamenti non necessari» potrebbe prendere la forma di un blocco dei viaggi tra Regioni.

L’unica cosa sulla quale il governo vuole tenere duro, oltre al lavoro e le attività produttive, sembra la scuola. «Rimarrà in presenza».



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