Conte al capolinea gioca l’ultima carta e cerca voti in Aula. “Oppure elezioni”

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«Ognuno ha il suo Mefistofele: per Matteo Renzi è il suo ego, per Conte è Travaglio». Scolpisce così la situazione un ministro di rango, intorno all’ora di pranzo.

La granata lanciata da palazzo Chigi è già deflagrata: Conte ha fatto filtrare, attraverso i sussurri casaliniani, che se Renzi provocherà la crisi, ritirando le sue ministre dal governo, il premier ritiene «impraticabile la via di un nuovo governo con il sostegno di Italia viva». Poi il premier ha chiamato a raccolta i maggiorenti M5s a fare da grancassa: basta Renzi, andiamo avanti con chiunque ci stia, da Berlusconi a Mastella, ma non lui. «C’è un limite a tutto – annuncia Vito Crimi (che continua a rinviare i famosi Stati generali grillini onde restare «capo facente funzioni» del partito) – se ora qualcuno si chiama fuori, per noi è fuori e resta fuori indefinitamente».

La contraerea organizzata da Conte e Casalino lascia di stucco Pd e Quirinale, che ci vedono – appunto – un «impazzimento da Fatto Quotidiano» (parola di un dirigente dem), un azzardo il cui scopo non è ben chiaro. Perché da una parte ci sono le veline di Palazzo Chigi che lasciano trapelare che il premier sarebbe pronto a incassare oggi le dimissioni delle due ministre renziane, sostituirle al volo e andare a verificare la fiducia in Parlamento senza passare per il Colle e per le proprie dimissioni. E assicurano che il Senato pullula di responsabili pronti a dare il proprio voto a Conte: il premier in persona starebbe trattando con Lorenzo Cesa, titolare del simbolo Udc, e con Clemente Mastella per costituire in extremis un apposito gruppo «centrista» sotto le insegne dell’Udc.

Dall’altra c’è lo scetticismo del Pd: «I numeri sono in bilico, e un Conte ter Cinque Stelle-Mastella non mi pare rappresenti un luminoso futuro», ironizza un esponente di primo piano. «Se mai, l’intento di Conte è un altro: far credere a Mattarella di poter salvare la baracca in Senato sostituendo Italia viva con Cesa, per poi cercare di provocare le elezioni dopo lo schianto in aula sulla fiducia». Del resto, si ragiona, è l’ultima finestra utile a Conte per sventare il rischio di un nuovo governo senza di lui, che manderebbe all’aria il suo futuro in politica e anche i suoi sogni quirinalizi. «Se, come vuole Renzi, nascesse ora un nuovo governo, magari un governo tecnico, Conte finirebbe fuori gioco completamente. Se invece si vota ora, può presentare il suo partito e restare quanto meno in gioco come azionista di futuri governi di destra o di sinistra che siano», osserva un dem. Il simbolo e il nome, dicono i «contiani», sono già pronti: «Insieme», i sondaggi dicono che ora, sull’onda della popolarità e della solidarietà per il padre della patria cacciato dal governo mentre tentava di salvare il Paese, un po’ di voti li raggranellerebbe, togliendoli a Pd e M5s.

Solo che le elezioni – in piena pandemia – le vogliono solo Conte, e forse Giorgia Meloni. Mentre Mattarella ha avvertito che in aula Conte ci andrà solo dopo aver fornito nomi e numeri della sua presunta maggioranza alternativa. In casa renziana se la ridono: «L’unica cosa certa, oltre alle dimissioni oggi delle nostre ministre, è che le elezioni non ci saranno. Conte si sta suicidando», dicono. Roberto Giachetti infierisce sull’ultimo azzardo di Conte: «Abbiamo letto nei giorni scorsi che D’Alema sarebbe, con Bettini, uno degli strateghi privilegiati di Conte. Visto il messaggio uscito questa mattina da Palazzo Chigi si capisce, anche dal risultato, che c’è del vero». Renzi coglie al volo l’occasione per restituire il cerino al premier: «Il Conte ter evidentemente lo ha cancellato lui, sulla linea Travaglio-Casalino, dicendo che non vuole avere a che fare con noi».

Un vertice pomeridiano al Nazareno, con Zingaretti, Franceschini, Orlando e i capigruppo non può che registrare l’impasse: «Non c’è accordo su nulla, il Colle fa sapere che non si accontenta certo di un governo che si regge sul voto di responsabili sparsi». Un membro del governo, alla domanda su quali siano le possibili vie d’uscita, sospira: «L’uscita di sicurezza del Titanic». A sera inoltrata il consiglio dei ministri sul Recovery plan inizia con l’ultimo avviso di Renzi: «Se non c’è il Mes ci asteniamo». E nessuno sa esattamente cosa accadrà dopo lo showdown.



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