Bonus bici-monopattini, la disfatta del click day: “La colpa è delle Poste”

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«Il numero di utenti in coda davanti a te è: 653.452». Il click day per ottenere il famigerato bonus mobilità si trasforma in una spaventosa coda virtuale e in un prevedibile disastro, come già era stato per i bonus di 600 euro sul sito dell’Inps. Centinaia di migliaia di persone, munite di ricevuta fiscale dell’acquisto (bici o anche monopattini elettrici), hanno perso ore e ore davanti al computer per poi ritrovarsi beffati nel momento di incassare l’agognato rimborso (pari al 60% della spesa, massimo 500 euro). Primo problema da superare, riuscire ad arrivare al proprio turno. Come testimoniano molti utenti, spesso la lista d’attesa del sito gestito da Sogei (ministero del Tesoro) si blocca misteriosamente e non procede oltre. Per i più fortunati che invece sono arrivati al proprio turno si è presentato un altro problema, quello dell’autenticazione, nei 20 minuti concessi come tempo massimo, tramite il sistema di identità digitale ovvero lo Spid (Sistema Pubblico di Identità Digitale). L’identità digitale delle Poste, la più diffusa, è andata in tilt per sovraccarico di accessi, vanificando così la lunghissima attesa di migliaia di italiani che si sono poi sfogati sui social protestando contro governo e Poste Italiane. Oltre alla marea di italiani beffati dopo ore di attesa c’è però anche una fetta di utenti che ce l’ha fatta. Alle 19.30 di ieri «104 mila persone sono state soddisfatte», ha fatto sapere il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, il responsabile dell’operazione Bonus Mobilità. Il plafond complessivo di 210 milioni di euro verso le 21 era già sceso a 140 milioni, quindi oltre 70 milioni di euro sono stati già accaparrati, restano gli altri, non sufficienti per una platea potenziale più ampia dei 600mila beneficiari che, secondo le stime, possono incassarlo. Quindi, vince chi prima riesce ad entrare. Facile a dirsi, difficilissimo a farsi però.

Dalle Poste non è arrivata nessuna spiegazione ufficiale, ma la rabbia esplosa in rete è arrivata fino al ministro che ha fatto sapere di aver sollecitato «con fermezza» i vertici di Sogei e Poste per risolvere i problemi. Costa ha promesso che il governo darà «soddisfazione nel più breve tempo possibile a tutti i cittadini richiedenti, nessun cittadino verrà lasciato indietro per le prenotazioni dei voucher o il rimborso domani dopo domani e nei giorni a seguire». Il ministro quindi si impegna a rimborsare tutti, anche inserendo nuovi fondi nella legge di bilancio, operazione che ha già l’ok del Tesoro.

Ma com’è possibile che il sistema sia andato in crash, quando era logico aspettarsi un assalto di centinaia di migliaia di persone nello stesso momento? Di chi è la colpa, del governo o di Poste? Il ministero scarica la responsabilità su Sogei e Poste (due società pubbliche, i cui vertici sono scelti dal governo) e sui tecnici: «Io sono un uomo dello Stato potrei sembrare furioso ma mantengo un aplomb istituzionale». Il sistema «da un punto di vista digitale non ha tenuto come i tecnici mi avevano rappresentato precedentemente. Io non gradisco il click day ma lascio fare a ciascuno il suo mestiere anche se, a questo punto, mi prendo la responsabilità dell’inciampo». Dalle Poste, solo in via informale, viene fatto capire che il problema era stato segnalato al governo, era chiaro che il sistema Spid sarebbe andato in palla. Ma dal ministero non sarebbe stato fatto nulla per prevenire il crash. Di chi è allora la colpa? Un rimpallo di responsabilità, in pieno stile italiano.

Nel frattempo i cittadini rimasti a bocca asciutta cercano vendetta. Sui social è nato un grippo che propone un class action contro Poste, altri pretendono un rimborso, e l’Aduc spiega anche la procedura «per ottenere il risarcimento del danno pari al rimborso o buono perduto». Spid o non spid, un’altra figuraccia epica per il governo.



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