Annullare eventi serve, dire “state a casa” no: ecco le pagelle sui divieti

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Mascherine, divani e formaggi. Alla fine la lotta al Covid è questa roba qui. Sì, avete letto bene: formaggi. E spiegheremo presto perché. Ma intanto cerchiamo di capire di cosa stiamo parlando. Negli ultimi giorni l’impennata fragorosa dei contagi da Coronavirus (e di tutti gli indicatori conseguenti) ha posto con urgenza agli amministratori e agli scienziati il tema delle misure da prendere per arginare la pandemia. In Italia, in Europa, nel resto del mondo. Stavolta, però, soprattutto chi come noi ha vissuto nel corso della prima ondata un lockdown quasi alla cinese, c’è la consapevolezza di salvare la capra ma anche i cavoli. Ovvero di trovare il giusto dosaggio tra severità e libertà che impedisca a una collettività di collassare da un punto di vista economico, sociale e psicologico.
Insomma, si va a caccia di una sorta di algoritmo che massimizzi i risultati in termini di contenimento dei contagi minimizzando al contempo i sacrifici collettivi e individuali. E due studi internazionali resi noti negli ultimi giorni si sono incaricati di capire qual è il cocktail ideale di misure. E i risultati sono interessanti, magari un po’ banali in qualche passaggio ma ci sta.
Partiamo da uno studio pubblicato dai ricercatori dell’università di Edimburgo sulla rivista Lancet Infectous Diseases e raccontata ieri su repubblica.it da Antonio Cassone, memnro dell’American Academy of Microbiology. Il paper incrocia i dati provenienti da più di cento paesi che hanno affrontato la sfida contro la pandemia, evidenziando quali tra le tante misure ormai familiari hanno un migliore effetto sulla diminuzione dell’Rt, ovvero l’indice che stabilisce quante persone può contagiare una persona infetta. Ebbene pare proprio che la proibizione di eventi pubblici e di occasioni di assembramento faccia scendere l’Rt del 25 per cento, molto più dell’appello a restare a casa (3 per cento). Chiudere e obbligare vale molto di più che consigliare. E almeno in Italia questo è facilmente comprensibile. Anche la chiusura delle scuole funziona, abbattendo l’Rt del 15 per cento. E agiscono anche le misure ormai per noi quotidiane, come l’uso delle mascherine, il lavaggio frequente e accurato delle mani, il distanziamento tra le persone, il tracciamento dei contatti.
Tutto questo ovviamente considerando ciascuna misura separatamente. Ma ovviamente una combinazione tra più misure finisce per moltiplicare l’effetto positivo. E qui entra in ballo l’effetto formaggio, secondo il modello rielaborato dal virologo australiano Ian M. Mackay, sulla base di quello individuato nel 1990 da James Reason, professore della Manchester University. Il modello usa un qualcosa di assai quotidiano per rendere semplice la complessità e parte dal presupposto che ogni singola misura di contenimento non è perfetta, ma soffre di criticità che rappresentano come i buchi in una fetta di Gruyere. Se però si sovrappongono due, tre, quattro, cinque fette di formaggio, nelle quali i buchi sono posti in posizioni differenti, l’effetto che si avrà sarà quello di coprire i fori, in modo da schermare quasi completamente il virus.
Insomma, è la somma che fa il totale, come diceva Totò, che infettivologo non era ma la sapeva lunga. La mascherina da sola non serve. Ma la mascherina più il distanziamento più l’igiene meno gli assembramenti meno gli eventi più il divano più i tamponi più il tracciamento più il vaccino quando ci sarà uccideranno finalmente il Covid. Se non saremo morti prima di noia e di stenti.



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