Addio a La Ganga, emblema della caccia al socialista

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Povero Giusi La Ganga, soltanto morendo (ieri, a 72 anni, a Torino) è rinato brevemente nelle notizie delle agenzie di stampa e nei nostri ricordi rimossi: quelli di un’epoca e un mondo che ha lasciato come un buco non rammendato. Così, dopo aver saputo della sua scomparsa, io che ero stato socialista come lui ai suoi e nostri tempi, sono andato a rivedere le vecchie foto perché non lo ricordavo quasi più e l’ho riconosciuto però subito: uno sguardo triste, intelligente ma quasi disattivato. Era stato l’uomo di Bettino Craxi in Piemonte ma è morto nel Pd che l’aveva recuperato grazie a Chiamparino che appartiene a quella sinistra perbene, come quasi tutte le cose piemontesi. La Ganga era un politico e un uomo pratico. Dunque fu messo nel tritacarne della caccia ai socialisti che erano spesso disonesti, ma non più degli altri e non sempre per interessi personali. Era l’epoca in cui uno era considerato onesto se «rubava per il partito» ma un fior di mascalzone se rubava in proprio. Storicamente, aveva cominciato il Pci a farsi finanziare illegalmente da Mosca con la complicità di tutto il sistema politico – sicché tutti gli altri partiti approfittarono dell’alibi: «Se lo possono fare i comunisti, allora lo facciamo anche noi». E Giusy La Ganga era davvero uno che non rubava in proprio: alla fine patteggiò un anno e mezzo di reclusione e una condanna a risarcire cinquecento milioni di vecchie lire. Ma con quel cognome che suonava come una gang, rendeva la vita facile ai professionisti della satira e ai nemici politici. Così, Giorgio Forattini lo metteva nei panni di Pietro Gambadilegno, versione italiana di Peg-Leg-Pete, ovvero il mascalzone allo stato puro del mondo di Topolino. Allora si copiava molto dall’immaginario dei personaggi di Walt Disney. Persino la parola «Tangentopoli» fu una modellata su «Paperopoli», la città di Paperino e degli altri paperi, fra cui zio Paperone, il taccagno stramiliardario ispirato dall’Uncle Scroodge del «Racconto di Natale» di Dickens. La politica italiana ricorreva ai fumetti, ormai a corto sia di idee che di ideologie. Lo stesso Giuliano Amato, ex numero due di Craxi, ricorreva spesso al personaggio Eta Beta come metafora («Ci vorrebbe un partito Eta Beta») essendo Eta Beta una creatura venuta dal futuro e scomparsa nel nulla. Dunque, nessuna meraviglia se Giusi La Ganga, nel momento della disgrazia dei socialisti trattati in blocco come una banda di ladri, fosse associato da Umberto Bossi alla «Banda Bassotti» (sempre del mondo disneyano) cioè una gang specializzata in casseforti con maschera nera e uniforme da ergastolano. Il povero La Ganga era dunque una vittima sacrificale ideale, con quel nome e anche per una immagine fisica un po’ sgraziata che invitava alla rottamazione morale. Giusi uscì di scena annunciando: «Ho pagato tutti i debiti, materiali e politici» e sparì. Come Eta Beta. Non era un gangster. Non più degli altri. Ma purtroppo per lui un personaggio esemplare di di un’Italia che andava perdendo i privilegi e le impunità in cui aveva sguazzato grazie alla fine della guerra fredda, e all’inizio del lungo regolamento dei conti che alla fine ci ha regalato la disperata situazione che viviamo oggi.



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